“Nomadi” a Vicenza, auto-trappolone di centrosinistra

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Vvox l’aveva anticipato l’11 novembre: i Sinti a cui il Comune sta risistemando con 230 mila euro di fondi statali il campo di viale Cricoli (in stra-ritardo sulla tabella di marcia: doveva essere pronto entro fine luglio) non vogliono tornarci se non a certe condizioni, fra cui una diversa disposizione dei servizi igienici, migliori vie di fuga ed polizza assicurativa a carico del Comune. Oggi il sindaco Achille Variati fa sapere che non se ne parla proprio: a dicembre i Sinti vi faranno ritorno, che non pensino neanche lontanamente ad altre aree. E’ definitivamente archiviato il tempo della distribuzione della comunità “nomade” in cinque micro-campi, vecchio progetto dell’ex assessore al sociale John Giuliari. E pare concluso ogni spazio di ulteriore dialogo con cittadini italiani (perchè questo sono, in buona misura, i Sinti vicentini), che secondo il loroe x portavoce Davide Casadio avevano votato per eleggere il sindaco Pd.

Il nervosismo di Variati lo tradisce: sa bene quanto sia impopolare un simile intervento fra i suoi concittadini di nazionalità italiana che se hanno problemi di alloggio o bollette (124 mila euro i quattrini del Comune spesi dal 2010 al 2013 per i contatori di viale Cricoli) non possono invocare la discriminante etnica e la vita in roulotte. Poveretto, è in mezzo al guado: da un lato è pressato dai suoi elettori più a sinistra, che quando sentono parlare di “nomadi” (rigorosamente con le virgolette, visto che in realtà sono stanziali) si irrigidiscono nella difesa a priori, accusando di razzismo chiunque osi un’obiezione; dall’altro deve vedersela con un’opinione pubblica largamente maggioritaria che, pur sbagliando nel liquidare i Sinti alla stregua di extracomunitari (che non sono), ha solide ragioni nel considerare finanziamenti e lavori ad hoc un sostanziale favoritismo.

Essendo cittadini, i Sinti hanno gli stessi diritti di tutti. Appunto per questo non hanno quello al campo su misura. Esiste una legge che impone la differenziazione di trattamento sulla base delle abitudini etniche? A noi non risulta. Ma è su tale presupposto che ragionano i Sinti: «Quello della casa è un problema culturale. C’è chi di noi esce dai campi, ma per la maggior parte di noi vivere in un appartamento sarebbe insostenibile esattamente come per voi vivere in una roulotte: ci sembrerebbe di soffocare» (Nuova Vicenza, 4 febbraio 2013). Ora, se Tizio si trova bene in una residenza, diciamo, non omologata, contenti lui contenti tutti. E se pure fosse un gruppo di Tizii, buon per loro. Ma questo se, responsabilmente, lo facessero a proprie spese. Qui invece stiamo parlando di un gruppo che fonda le sue richieste, in ultima analisi, su una diversità culturale di certo legittima – viva le differenze! – ma pretendendo contemporaneamente l’integrazione e la spesa a carico della collettività.

Dice: sono poveri. A parte il fatto che qualche dubbio se siano tutti poveri ci sta tutto, se la loro povertà deriva dalla mancanza di un lavoro normale causato dal preconcetto verso i “nomadi”, non essendo più nomadi perché fingere di esserlo? Se desiderano integrarsi, partano dalla causa, cioè dalla casa. Non dall’effetto, cioè dal farsi aiutare dal Comune. Aiutare chi non ce la fa è preciso dovere dell’amministrazione pubblica, ma se è un aiuto utile e responsabile. Nessuno contesta al sindaco Variati gli sforzi per il sociale (destinatari dei quali devono essere i cittadini di qualsiasi etnia, Sinti compresi), ma insistere come fa lui nel voler spendere denaro pubblico per rimettere a nuovo il campo, significa soltanto deresponsabilizzare gli ex nomadi. Che infatti, dal loro punto di vista, contrattano avanzando nuove richieste. Si è messo in trappola da solo, il Variati accontenta-tutti. O scontenta-tutti?

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