Abbasso le quote rosa

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Un capo o una capa dello Stato? Domanda oziosa: di questi tempi, è obbligatoria la papessa. Sicché girano nomi impresentabili, cognomi impronunciabili. La stampa s’arrovella sul profilo delle diverse candidate, ne spulcia il curriculum, ma dopotutto il requisito più essenziale è anche l’unico comune: una gonnella. Effetto Renzi, come no. Forse il risultato più tangibile della sua azione di governo. Cominciò mettendo in pista 8 ministre su 16: la parità spaccata. E ha continuato designando 4 donne ai vertici delle più grandi società partecipate dallo Stato (Marcegaglia all’Eni, Grieco all’Enel, Bastioli alla Terna, Todini alle Poste), una donna nella Commissione europea (Mogherini), un’altra alla Consulta (Sciarra), 5 donne capolista nelle 5 circoscrizioni elettorali alle europee (Mosca, Moretti, Bonafè, Picierno, Chinnici).

Detto fuori dai denti: non se ne può più. Quest’andazzo è offensivo innanzitutto per le donne. Ha un che di pornografico, gioca sull’esposizione del corpo femminile. E travisa una lezione che viene da oltreoceano, scimmiottandola con cinquant’anni di ritardo, deformandola con esiti caricaturali. Affirmative actions, ecco il nome della cosa. Le inventò nel 1961 il presidente Kennedy, con l’idea di bilanciare attraverso una discriminazione alla rovescia (“reverse discrimination”) la discriminazione che negli Usa colpiva soprattutto i neri. Come? Attribuendo un punteggio più elevato alla popolazione di colore (e in seguito alle donne, agli indiani, ai cittadini handicappati, ai reduci dal Vietnam) nell’accesso all’università, al lavoro, alle carriere.

Principio sacrosanto, perché realizza l’effettiva parità nei punti di partenza, impedendo che la gara sia falsata dal pregiudizio che circonda l’una o l’altra categoria sociale. Non a caso si è poi esteso a mezzo mondo, anche in virtù di modifiche costituzionali (com’è successo in India, nel 2006, a vantaggio della casta degli “intoccabili”). Ma deve pur esserci una gara, non una corsa solitaria. Se a un concorso da primario ospedaliero la candidata parte con un punto in più rispetto al candidato, quest’ultimo può sempre superarla meritando 2 punti in più all’esame. È il sistema dei goals, così lo chiamano in America. Ma nella sua versione italica nessun maschietto potrà mai fare goal, perché non è ammesso a giocare la partita.

E c’è poi un’altra questione, anzi due. In primo luogo, ogni politica di azioni positive va giustificata in base a un’analisi statistica, che a sua volta documenti il gap sofferto dalle donne o in generale dalla categoria che riceve il beneficio. Il genere femminile viene storicamente discriminato sul lavoro, ma non in tutti i lavori. Nella scuola, per esempio, le insegnanti sono più degli insegnanti. Così come sono in maggioranza donne a vincere il concorso in magistratura. In entrambi i casi suonerebbe dunque irragionevole qualsiasi misura di favore; semmai, quest’ultima dovrebbe rivolgersi al sesso maschile, come talvolta avviene in Scandinavia. D’altronde, e per fortuna, le donne italiane continuano a scalare posizioni. Secondo uno studio della Bocconi, dal 2008 al 2013 le dirigenti sono aumentate del 16% nel settore privato, del 20,3% nelle Regioni, del 24,5% nei ministeri (dove sono ormai 4 su 6). Sempre nel 2008, le parlamentari italiane erano poco più del 20%; alle politiche del 2013 sono diventate un terzo del totale; alle europee del 2014 le elette hanno raggiunto il 40%.

In secondo luogo, l’affirmative action va applicata con gradualità, per non innescare effetti dirompenti. Tempo addietro uno studioso (Ronald J. Fiscus) si è chiesto che accadrebbe se la California decidesse di sanare ingiustizie secolari in un minuto, escludendo dai concorsi chi è maschio ed ha la pelle bianca, oppure cancellandolo dalle liste elettorali. Risposta: in questo caso l’ingiustizia avrebbe generato un’ingiustizia anche peggiore. Ma adesso è qui la California, è in Italy. E magari l’anno prossimo un’italiana entrerà nel Quirinale. S’accomodi pure, ma a una condizione: che sia una donna brava, oltre che giovane e magra.

Michele Ainis
“Candidature rosa, non se ne può più”
L’Espresso
21 novembre 2014

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