Cittadella, quella “moschea” s’ha da fare

Ormai le richieste di luoghi adatti e capienti per pregare da parte delle comunità islamiche in Veneto non si contano più. Il fronte più caldo in questi giorni è a Cittadella, dove si ripropone una contrapposizione che è già un classico: leghisti contro Chiesa. Luca Pierobon, segretario del Carroccio, sta promuovendo una raccolta firme contro l’uso di un capannone come centro di preghiera (non “moschea”, che ha altri requisiti): «Attraverso questa petizione, a cui hanno aderito anche tante famiglie, vogliamo impedire l’apertura di un centro islamico in via Pascoli. Tra l’amministrazione comunale e l’associazione Asar esiste un contenzioso, a dicembre il Tar si esprimerà in merito. Noi non intendiamo fermarci». Di contro, l’arciprete Remigio Brusadin invoca il sentimento cristiano di fratellanza: «La libertà religiosa è un valore, tutti devono potersi ritrovare per pregare. E gli stranieri vanno accolti: lo dice il Vangelo. Non è una questione di destra, centro o sinistra, si tratta di essere cristiani. O anche semplicemente esseri umani, cittadini del mondo, fratelli».

Tar o non Tar, la Costituzione parla chiaro: ogni cittadino ha uguali diritti religiosi, compreso quello di praticare il proprio culto. E fra i musulmani ci sono anche cittadini italiani, come sono gli immigrati residenti qui da dieci anni o i loro figli al diciottesimo anno di età. La suprema Carta, parafrasando il prete di cui sopra, non è il Vangelo? Allora si tenga conto del fatto che i fedeli di Maometto radunati in luoghi conosciuti e controllabili forniscono molta più sicurezza, a se stessi e alla collettività, rispetto a scantinati e dimore private. E’ elementare buon senso, che qualsiasi funzionario di polizia potrebbe confermarvi.

Ma poi non è nemmeno una questione di ordine pubblico: è prendere atto della realtà, del fatto che l’Islam è la seconda religione d’Italia, e che contrastarlo a priori in nome di un’identità italiana, o veneta, che dal punto di vista cristiano-cattolico fa acqua da tutte le parti (alla messa le aficionados sono le vecchiette mentre i giovani sono una piccola, quasi eroica, minoranza), è un controsenso, ed è controproducente. Lo spiegava benissimo su queste pagine online il sociologo Stefano Allievi: l’Islam non è un blocco monolitico e contro le sue degenerazioni estremiste va inteso come un alleato, non come un nemico.

Tutto il contrario della cecità leghista alla Bitonci, che confonde uno Stato notoriamente aperto agli altri culti come il Marocco con altri, come per esempio l’Arabia Saudita, dove la chiusura è totale ma di cui nessuno parla mai perché alleato e fornitore petrolifero dell’Occidente (mentre in Iran, nel tanto vituperato Iran, la tolleranza è ampia, esiste anche una comunità ebraica, naturalmente non sionista). Ma fa sempre comodo tirar fuori la storia della “reciprocità”: come se fosse corretto usare l’occhio per occhio anziché applicare i principi liberal-democratici che contro l’islamismo fondamentalista vengono sbandierati per ripudiarli in totale dispregio della coerenza.

Don Remigio contrattacca le accuse contro l’ “invasione” di immigrati sostenendo che alternative non ce ne sono: «Qualcuno si lamenta perché ne accogliamo troppi. Ma cosa possiamo fare? Non è una questione di politica, si tratta di essere cristiani e di dare ospitalità a chi fugge da miseria, carestie, guerre». Laicamente, uno Stato non può ragionare in termini di carità, altrimenti faremmo prima ad abolire i confini e il concetto stesso di interesse nazionale (o europeo, se esiste un’Europa politica). Non si tratta, quindi, di essere cristiani: questo è affare dei fedeli di Cristo. Si tratta di non ghettizzare i 166 mila musulmani veneti: perché non è giusto, perché non è saggio e perché non serve a fermare la scristianizzazione dei Veneti. Che l’anima l’hanno già venduta all’ultimo modello di Ipad, ragion per cui qualcuno, assolutamente isolato e marginale, può farsi venire la voglia di arruolarsi nell’Isis piuttosto che continuare a smanettarsi il cervello nel vuoto della nostra “civiltà superiore”.

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