Mafia e “mala” del Brenta, la pista veneziana

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C’è una nebbia densa che si sta formando attorno al preconizzato attentato al pm antimafia Nino Di Matteo (nella foto) da parte delle cosche siciliane. Con una pista veneta. È Il Fatto del 21 novembre in pagina 9 a raccontare molti retroscena di un’inchiesta che potrebbe avere sviluppi clamorosi. Il quotidiano diretto da Antonio Padellaro si interroga sulla provenienza di 400 kili di esplosivo che secondo il boss isolano Vito Galatolo, da qualche giorno collaboratore di giustizia, sarebbero stati uno dei primi passi per togliere di mezzo Di Matteo con una modalità che ricorda le stragi Falcone e Borsellino.

Il Fatto non lo dice espressamente, ma ricordando che Galatolo aveva scelto Mestre per il suo soggiorno obbligato e che il Veneziano è un crocevia per il traffico d’armi con i Balcani, aveva comunque dato un indizio in tal senso. E ad un quadro del genere vanno aggiunte due circostanze. La prima riguarda le voci che trapelano dal Viminale secondo le quali i boss siciliani per percorrere una ipotetica pista di approvvigionamento nei paesi dell’Est avrebbero riattivato diverse conoscenze presso alcuni esponenti della mala del Brenta, organici od affini a Cosa Nostra, ma fino a poco fa in sonno per quanto riguarda i rapporti col crimine organizzato siciliano.

Come mai Cosa nostra, cui non difettano gli arsenali avrebbe scelto di approvvigionarsi così lontano dal suo baricentro? Ed è in questo frangente che si collocano gli interrogativi più reconditi dell’inchiesta, giacché Galatolo avrebbe parlato di entità esterne alla mafia che comunque sarebbero o sarebbero state interessate a portare avanti la strategia delittuosa contro il più noto tra i pm antimafia, Di Matteo appunto. Così a cascata, fatte le debite proporzioni, si materializzano le analogie con la trattativa Stato mafia sulla quale sta lavorando proprio Di Matteo, ma anche con la possibile trattativa bis tra istituzioni e mala del Brenta della quale da settimane si sta occupando il magazine Nottecriminale.it.

Tant’è che il quesito prende forma da solo. È pensabile che le cosiddette entità esterne, abbiano identificato in una serie di gruppi più o meno informali della mala del Brenta una parte dell’organico necessario a mettere in moto una operazione comunque delicatissima? In una fattispecie del genere, ove verificata, che ruolo avrebbe avuto il Veneto? Non va dimenticata per altro la natura della stessa mala, in parte assai simile ad una cosca, ma al contempo con parecchie analogie con la banda della Magliana, ovvero un arcipelago criminale variegato all’interno del quale alcuni soggetti potrebbero avere rapporti duraturi e coordinati con i più alti livelli del crimine organizzato, del mondo economico, nonché con personaggi deviati in seno alle istituzioni, alle forze dell’ordine ed ai servizi.

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