Cara Voce dei Berici, non contestualizzare troppo

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Il massacro di quattro rabbini e un poliziotto consumatosi nella «Keilat Bnei Torà» di Har Nof a Gerusalemme è stato uno dei più impressionanti tra quelli perpetrati nella città santissima. Ma Romina Gobbo, l’esperta di Medio Oriente della Voce dei Berici, ammonisce i suoi lettori a non lasciarsi sopraffare dall’emotività di una Bibbia insanguinata e dai corpi straziati dalle pallottole e dalle mannaie degli assassini perché altrimenti «è facile perdere di vista il contesto» (per questo la Voce si dà il merito di non aver pubblicato alcuna immagine della strage).

E per analizzare il contesto con la dovuta freddezza, la Gobbo parte da lontano: “A Gerusalemme – come molti sanno – vige lo status quo che regola i diritti di proprietà e di accesso delle comunità cristiane per quanto attiene a tre santuari: Santo Sepolcro e Tomba di Maria a Gersusalemme, Basilica della Natività a Betlemme”. Evidentemente la giornalista si riferisce, senza nominarlo, al decreto (al “firmano”) che i Turchi emanarono nel XVIII secolo per dirimere le interminabili contese tra cattolici, ortodossi e armeni riguardo ai Luoghi Santi.

Vi domanderete: cosa c’entrano la Sublime Porta e i cristiani baruffanti nel contesto dell’assassinio di quattro rabbini e di un poliziotto compiuto da due palestinesi? Assolutamente nulla, come vedremo tra qualche riga. Torniamo alla Gobbo che dopo questa premessa rivela che esiste un altro status quo, «quello che vieta agli ebrei l’ascesa al Monte del tempio, dove oggi sorgono le moschee (per la cronaca, anche agli internazionali [sic] è vietato l’accesso). Ariel Sharon ha rotto l’accordo ultracentenario con la famosa passeggiata del 2000, che ha dato fuoco alle polveri della seconda intifada».
Vi domanderete: come entra Ariel Sharon nel contesto dell’assassinio avvenuto dentro la sinagoga gerosolimitana? In nessun modo, naturalmente. Ma anche se ci entrasse, non gli si può imputare di aver provocatoriamente rotto quel secondo ultracentenario status quo, perché esso non è mai esistito. Il fatto è che la Gobbo confonde il settecentesco decreto turco, che riguarda solo i Luoghi Santi cristiani, con l’accordo intervenuto tra Israele e la Giordania, lo Stato arabo che amministra ancora oggi la Spianata delle Moschee, nel 1967, all’indomani della fine della guerra dei Sei giorni.

Tale accordo poi, contrariamente a quanto scrive l’esperta, permette agli ebrei e ai non musulmani (sono loro gli strani soggetti che la Gobbo definisce “internazionali”), di salire sul Monte del Tempio e di accedere liberamente alla Spianata delle Moschee, eccetto il venerdì e durante le feste musulmane, rispettando gli orari stabiliti, come avviene in ogni parte del mondo per ogni sito importante. Quindi la “passeggiata” del 28 settembre del 2000 era perfettamente legittima ma creò scandalo tra i palestinesi non perché Sharon fosse un ebreo che aveva violato uno status quo ultracentenario (inesistente), né perché quel giorno fosse un venerdì o lui fosse fuori orario, ma semplicemente perché Sharon era Sharon, il nemico per eccellenza.

Se la giornalista della Voce avesse cercato più vicino, avrebbe visto che il contesto nel quale è maturato il massacro di «Keilat Bnei Torà» è costituito da almeno tre elementi: la costruzione di sempre nuove case israeliane nella parte araba di Gerusalemme permessa dal governo di Netanyahu; la debolezza politica di Abu Mazen; la spregiudicatezza criminale di Hamas, ben evidenziata da quanto riportato su “Avvenire” del 26 ottobre 2014: «Basti pensare a un’agghiacciante risposta di un dirigente di Hamas quando gli si fece notare che la guerra di luglio e agosto aveva provocato 430 vittime fra i bambini: “Però negli stessi giorni ne sono nati 516. Il saldo è positivo…” aveva risposto». Per capire il contesto, quindi, non è necessario oscurare una Bibbia insanguinata e i “tallit” delle vittime, nel timore che il giudizio dei lettori della Voce ne venga emotivamente inquinato. Sono cattolici adulti anche loro, perbacco!

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