Fiere Vi-Vr: fusione fredda, anzi freddissima

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Il trionfalismo non ha mai portato bene ai progetti complessi e importanti. Da qualche giorno sembra che la Fiera di Vicenza Spa debba stringere immantinente un patto d’acciaio con Veronafiere, e contemporaneamente arrivare ad accordi simili con la Fiera d’Arezzo. In questo senso si è esposto, e di molto, l’azionista forte della spa vicentina, Achille Variati (rappresentante di Comune e Provincia di Vicenza, 66% delle quote): insieme con Verona, ha detto, diventeremo il secondo polo fieristico nazionale dopo Milano. Altro che vendita delle azioni (33%) dell’ente provinciale, come aveva ripetutamente tentato il suo predecessore leghista Titti Schneck in bandi di gara andati prevedibilmente deserti. Hic manebimus optime, ma non le mani in mano: il messaggio del dominus politico della Fiera berica è che quest’anno si dovranno posizionare le pedine per far andare in porto una serie di operazioni che renderanno il 2015, parole sue, decisivo. Solo dopo potrà vendere.

Ma le incognite non mancano. Variati assicura che la fusione con Verona si farà su un piano paritetico. E su questo punto, chi mastica la materia storce la bocca: come può essere partitetica un’intesa fra due fiere di dimensioni affatto diverse, Verona che fattura 76 milioni e Vicenza che ne fattura 31, con i 9 milioni dell’esposizioni di maggio in sospeso, visto che tuttora non si sa se e a quali precise condizioni saranno garantiti dalla cosiddetta Officina Spring, che sta ancora officinando senza aver partorito una soluzione chiara? Il rischio di fagocitamento di Vicenza non è possibile: è probabile. Di qui l’ipotesi B: i consorzi d’acquisto, più fattibili perché limitati e mirati a singole operazioni. Da indiscrezioni di stampa filtra che sui tavoli dei due cda ci sarebbe già uno studio di fattibilità preparato da un advisor. L’ostacolo potrebbe essere proprio il nodo della “governance”, di chi gestisce cosa. la “grande” Verona cederà posti di responsabilità e potere alla “piccola” Vicenza? Non sarà un caso che il sindaco veronese Flavio Tosi (rappresentante del socio Comune al 36%) sia molto più cauto di Variati verso il piano fusione, e semmai guardi a più modeste sinergie.

Come non è un caso che nel capoluogo scaligero in questi giorni di battage vicentino sul matrimonio che s’ha da fare, non sia venuta una replica significativa dal presidente di Veronafiere, Ettore Riello (nella foto). Mentre invece si sta discutendo di un concambio fra quote di Camera di Commercio veronese e Comune tosiano fra Fiera e autostrada A4, in modo che l’ente camerale salga nell’azionariato fieristico, oggi al 12%. A parte Tosi, non una parola sul ponte con Vicenza. Né dal presidente della Camera di Commercio, Giuseppe Riello, nè dalla Cariverona (socia in Fiera col 22%). Il che induce a sospettare che da parte del primo cittadino leghista, al momento, vi sia più un gioco politico che aziendale. Variati invece rimescola le carte per entrambi i motivi. Uno è quello di dimostrare che aver assunto la guida della Provincia berica non gli porta in dote solo esborsi verso lo Stato, dipendenti in mobilità e confessioni d’impotenza, ma che per lui e per i vicentini vederlo lì, con tutto quel potere in mano, può offrire anche qualchge opportunità; il secondo è farsi portavoce di concretissima esigenza di un potere forte vicentino, anzi il potere forte vicentino, la Banca Popolare di Vicenza, che in Veronafiere detiene più del 6%. E qual è questa esigenza? Garantire che il mutuo da 33 milioni di euro che l’istituto di Gianni Zonin ha concesso alla Fiera vicentina torni indietro. Di qui l’aver messo la firma da parte di Zonin, anche in dichiarazioni recenti, all’idea di polo unico, tra l’altro benedetto pure da Confindustria berica (in questa fase rimasta silente). La Popolare prendere due piccioni con una fava: tranquillizzarsi sul lato del credito, e irrobustirsi su quello delle partecipazioni, sedendosi al tavolo di una realtà da 100 milioni di euro, sebbene tutta di là da venire. Per poi condurre la regia della vendita a qualche privato gradito.

Meno fumoso, allo stato attuale, è il riferimento di Variati ad Arezzo, l’altra capitale italiana dell’oro con Vicenza. Anche gli addetti ai lavori aretini, come i veronesi, non hanno commentato il profluvio di annunci mediatici a Vicenza. Meno fumoso nel senso che Arezzo, in teoria, è una preda più facile: il paritetismo, anche qui invocato da Variati, vede questa volta Vicenza in posizione più forte. I rumors, tuttavia, non confermano trattative. Insomma, a tutt’oggi si sta parlando del nulla. Mentre è già avviatissimo il percorso di Vicenza Oro Dubai, che avrà inizio l’anno prossimo. E’ su questa discussa joint venture a maggioranza araba che Variati ha sottolineato come il 2015 sarà l’anno della svolta. Curioso: secondo i piani, portare una fiera vicentina nell’emirato porterà moneta sonante soltanto nel 2017. Ora, se Dubai non si traddurrà in una cornucopia di profitti se non prima di un triennio, e se nel frattempo il “maggio radioso”, la decaduta Vicenza Oro Spring, non sarà salvata in qualche modo rimodulandola, ecco che un accordo con Arezzo potrebbe essere una via d’uscita relativamente a breve, diciamo proprio per il 2015, visto che ormai l’anno corrente volge al termine. Ma su quali basi, con quali obbiettivi? A questo punto dovrebbe essere il presidente della fiera berica Matteo Marzotto a parlare, e parlare chiaro. Ma come è noto, il figlio di Marta Marzotto non ama le interviste in profondità. Per ora, registriamo che di holding veneta delle fiere non si parla già più, Vicenza conferma l’asse di ferro con Verona, e che Variati e Tosi, politicamente fidanzati, non vedono l’ora di convolare a nozze. Ma c’è un don Rodrigo sulla loro strada: la realtà dei fatti, più ostica degli annunci sui media.

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