Autostrada Mestre-Orte, del buonsenso è la MOrte

Possibile che un’opera che riguarda il Veneto sia più analizzata e criticata fuori dal Veneto che non qua? Possibilissimo: a parte i tanto vituperati comitati – che sono associazionismo, ovvero il sale della democrazia, ma vaglielo a spiegare a chi blatera di “antipolitica” – se si parla  dell’autostrada-obbrobrio Orte-Mestre lo dobbiamo a voci fuori dal coro come Salvatore Settis o Tomaso Montanari, o ai reportages di Luca Martinelli o da ultimo ad Alberto Statera nell’ultimo numero di Affari&Finanza, che non al bla-bla dell’ombelico veneto.

Immaginiamo già l’obiezione da quattro soldi: ah i criticoni, ah i gufi, ah i professionisti del no. Ma se perfino Confindustria ha dovuto ridimensionare gli originali progetti faraonici sul Tav della tratta Verona-Padova, si avrà pur diritto di dire chiaro e tondo che la Mestre-Orte è la vera MOrte del buon senso e del risparmio di denaro pubblico. Abbiamo già affrontato il problema, ma, ad un mese dalla mobilitazione nazionale contro la striscia d’asfalto più inutile e cara d’Italia, repetita iuvant.

A menare le danze è l’ultraottuagenario Gioacchino Albanese, già piduista e spalla di Eugenio Cefis: amministratore delegato dell’Ilia di Genova promotrice della “grande opera”, è legato al gruppo di Vito Bonsignore, un sempreverde ex democristiano con la sua bella condanna ai tempi di Tangentopoli, oggi nell’Ncd del ministro delle infrastrutture Maurizio Lupi. Per non farsi mancare nulla, a presiedere l’Ilia risulta essere Giovanni Berneschi, ex presidente di banca Carige, caduto nelle maglie di una tempestosa inchiesta giudiziaria. Ma di mezzo c’è pure l’altra inchiesta eccellente che ha sconvolto il Veneto, l’affaire Mose: l’ex presidente della Mantovani, Piergiorgio Baita, teneva personalmente i rapporti con Albanese. I verbali veneziani parlano di una vera spartizione fra le solite aziende, in cui non potevano mancare le coop “rosse” nella tratta emiliana, né l’ex ministro berlusconiano Pietro Lunardi (quello per cui “con la mafia si può convivere”: indimenticabile).

In soldoni, si tratta di quasi 400 chilometri in project financing per un costo preventivato (sottolineiamo: preventivato, in Italia i consuntivi diventano un’incognita sempre in progress) di 8,7 miliardi con detassazione all’appaltatore che compenserà l’1,4 miliardi di euro di finanziamento pubblico con agevolazioni Irap, Ires e Iva durante la costruzione e la successiva gestione stabilita nell’arco di mezzo secolo. Evviva: lavori senza fine. A lorsignori non interessa un fico secco se effettivamente la MOrte serva davvero, e se si ripagherà coi pedaggi visto che i flussi di traffico non consentono di poter metterci la mano sul fuoco, anzi.

Senza contare tutte le altre buone ragioni che sicuramente gli adepti del “fare” (fare che?) liquiderebbero come romanticherie antimoderne, tipo l’ulteriore devastazione ambientale. Con meno dei quattrini per la Orte-Mestre si potrebbero mettere a posto un sacco di buchi nel disastrato equilibrio idrogeologico del Paese. Ma che volete: le lobby del cemento e i loro fan boccaloni si mettono paura per fango, strade bloccate e alluvioni solo quando arriva la calamità naturale. Naturale un corno: se si continua ad asfaltare (senza neppure prendere in esame alternative meno impattanti, che pure ci sono), le calamità ce le meritiamo tutte. Ma andrebbero messe in conto ai lobbisti e ai loro scherani, primi fra tutti i media colpevolmente silenziosi.

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