Furti e spaccio, il volto criminale dei nomadi

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La generalizzazione è da sempre il nemico più temibile quando si parla di “nomadi”. Guardati con sospetto atavico da parte di una società occidentale divenuta stanziale da millenni, la comunità romanì, questo sarebbe il nome più esatto perché gitani, sinti, zingari, rom sono nomi che indicano una galassia fatta di mille sfaccettature, è al centro di una querelle senza fine. Sui media in generale il tema è divenuto di grande attualità. Come lo sono gli scontri tra chi sostiene che la specificità dei nomadi vada rispettata e chi invece ritiene queste comunità costituiscano una sorta di zona franca in cui traffici più o meno leciti la fanno da padrona.

Negli anni ’80 e in parte negli anni ’90 settori della comunità nomade vicentina aveva il monopolio dei furti di metalli preziosi. Oro e argento finivano ai vertici dell’organizzazione che poi, una volta fuso il metallo, alimentava un pezzo dell’industria orafa locale che realizzava gioielli che alimentavano un floridissimo mercato parallelo. E nero. In questo caso imprenditori disonesti e nomadi conniventi formavano un sodalizio che ha goduto anche di solidi appoggi in seno al cosiddetto mondo dei colletti bianchi e addirittura, si vocifera nella città del Palladio, delle istituzioni.

Ancora a Vicenza c’è la vicenda del maxi sequestro patito dagli Halilovic, origini nella ex Jugoslavia, una famiglia che pur vivendo in condizioni di apparente povertà ha movimentato somme per milioni di euro. I traffici della famiglia Halilovic hanno interessato non solo gli inquirenti, ma anche l’amministrazione comunale berica. Da sole, le interrogazioni dell’ex consigliere comunale Franca Equizi redatte durante la prima metà degli anni Duemila, occupano una corposa sezione degli archivi municipali, anche se, stranamente, l’input per andare a vedere lo stato dei conti correnti della nota famiglia, vicentina acquisita, non è arrivato dalle autorità locali, bensì dalla polizia valutaria di Roma. Il perché non è ancora emerso.

Recentemente le autorità lagunari a Venezia hanno messo sotto sequestro un campo abusivo in cui era stata cumulata merce probabilmente rubata per un valore di 100.000 euro. Spesso e volentieri quando i comuni decidono di chiudere un campo e si cerca di valutare la consistenza patrimoniale delle famiglie nomadi saltano fuori insospettabili ricchezze come avvenuto a Massa, sempre con un altro ramo degli Halilovic.

All’inizio di ottobre la mobile di Padova, sotto il coordinamento della Procura della Repubblica, ha messo le mani su una gang di giostrai e ex appartenenti della “mala del Brenta” al cui vertice c’era un nomade di origine sinti. Stando all’accusa il sodalizio criminale dedito allo spaccio di cocaina ad alto livello, non solo otteneva guadagni per oltre 30.000 euro mensili, ma oltre a non utilizzare i telefoni per organizzare il traffico, si era dotata di una sofisticata attrezzatura per evitare le intercettazioni ambientali. Una notizia che riprende il filone della collaborazione fra la “mala veneta” e settori della comunità rom. E se si allarga lo spettro al resto dell’Italia saltano all’occhio i recenti sequestri milionari nel Pescarese, in provincia di Roma, in Sicilia ed in Sardegna (i nomadi in Italia ammontano secondo la maggior parte delle stime a 200.000 unità; una popolazione inferiore rispetto agli altri grandi Paesi del Continente).

Fatti che hanno alimentato le ragioni di chi chiede il pugno di ferro. Queste minoranze, in gran parte di cittadinanza italiana da generazioni, «non vogliono abbandonare i campi perché questi garantiscono loro copertura per ogni tipo di traffico» si sente argomentare dai detrattori. Minoranze fra le quali, rovescio della medaglia, abbondano le storie di chi vive negli strati più bassi. Situazioni in cui diritti, scolarizzazione per i bambini, tutela medica e ambizione per una vita con meno stenti, divengono un miraggio. Soprattutto per i disperati che in ragione di deformità o gravi menomazioni varie finiscono, ultimi tra gli ultimi, nel racket dell’accattonaggio.

In una cornice del genere le amministrazioni spesso faticano ad intervenire. O perché non comprendono precisamente il fenomeno, o perché fanno fatica a scrostare vecchie consuetudini, se non vecchie connivenze. Il risultato è quello di una comunità locale che regolarmente oscilla fra i giudizi xenofobi e il buonismo sempre e comunque. Un limbo nel quale la banalizzazione e l’incapacità di leggere gli eventi caso per caso contribuiscono alla creazione di un circolo vizioso che finisce per alimentare un facile consenso politico.

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