Treviso e il “Partito Unico Sanitario”

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Il crollo del “sistema Galan” spazzato via dall’inchiesta Mose lascia un’eredità pesante: i complicatissimi iter degli ospedali che esistono sulla carta e restano azzoppati dalle carte (anche giudiziarie). Mentre per quello di Padova si è battuto il guinness dei primati per alternative approvate e bocciate ed è tutto fermo con una richiesta danni da parte della cordata vincitrice (guidata da Palladio Finanziaria), la “Cittadella della Salute” di Treviso deliberata il 15 ottobre scorso è stata fulminata da un ricorso al Tar di una delle due associazioni d’imprese perdenti: la Maltauro e soci (coop “rosse” CCC e Manutencoop, Serenissima e altre). Era l’ultimo “progetto di finanza” d’epoca galaniana. Ad aggiudicarsi l’affare era stata Finanza e Progetti, joint venture fra Palladio Finanziaria e la multinazionale Land Lease di Londra. Terza posizionata l’ati Astaldi-Mantovani. Curioso il triangolo Palladio Finanziaria-Maltauro-Mantovani: tre aziende storicamente ben piazzate nei project financing dell’era Galan, ma qui l’un contro l’altra armate per un appaltone da 1 miliardo di euro.

Riepiloghiamo la storia. Il 3 luglio 2007 la giunta regionale di centrodestra a guida Galan dà luce verde all’ipotesi di un nuovo polo ospedaliero dell’Ulss 9 da inserire nel piano decennale 2004-2013 di opere sanitarie: in pratica, riorganizzare completamente la struttura di Ca’ Foncello in un’area di 30 ettari, con un importo previsto di 196 milioni di euro. Nel 2010 viene vidimato il piano di fattibilità: si tratta di abbattere e ristrutturare una serie di edifici e di far passare l’indice edificatorio dall’1,74 attuale a 1,98 metri cubi al metro quadro. Il costo stimato, aggiornato con la previsione delle apparecchiature elettromedicali, sale a 224 milioni di euro, di cui 126 milioni finanziati dal pubblico (50 milioni dallo Stato) e 98 milioni dai privati che otterranno la concessione. Ai quali verranno assegnati i servizi di ristorazione, pulizia, lavanderia, sterilizzazioni, manutenzione apparecchiature, ingegneria clinica e gestione energetica. Il bando viene reso pubblico a fine dicembre 2010. Il 18 giugno 2013 la Regione autorizza l’Ulss 9 ad accendere un mutuo di 51 milioni per rendere possibili i lavori, visto che lo stanziamento necessario non risultava nel bilancio 2013, e nell’ottobre, dopo aver acquisito tutti i pareri e permessi del caso, chiede al ministero della Salute di far arrivare i 50 milioni statali.

Secondo i piani il cantiere avrebbe dovuto essere aperto l’1 giugno scorso, per essere ultimato in due fasi: nel giugno 2017 il primo blocco, nel 2021 l’intera superficie. La situazione attuale, dopo il ricorso di Maltauro e company, l’ha riassunta Paolo Camolei, assessore all’urbanistica di Treviso: «Così la procedura subisce uno stop. Di certo anche per il 2015, purtroppo, non si muoverà una ruspa» (La Tribuna, 23 novembre 2014). Nel frattempo, gli animi si sono scaldati parecchio, nella politica trevigiana e veneta. Il 26 giugno di quest’anno, il direttore generale dell’Ulss 9, Giorgio Roberti, davanti alla V Commissione del consiglio regionale del Veneto attestava che il project financing era nelle secche per la mancanza delle varianti urbanistiche e a causa delle destinazioni d’uso degli immobili che l’azienda sanitaria dovrebbe alienare per reperire una parte decisiva dei quattrini. A chiedere l’audizione era stato il consigliere regionale Diego Bottacin (ex Pd, poi Scelta Civica e infine dato in avvicinato all’Ncd), che sottolineava: «il patrimonio che l’Ulss può mettere in vendita è di gran lunga superiore a quello reso disponibile per l’attuale progetto di finanza. Questo significa che l’Ulss può accedere a crediti più alti e avrebbe ammortamenti di certo più vantaggiosi di quelliprevisti dal progetto di finanza».

Il progetto invece avanza e il 29 settembre ottiene il sì della Conferenza dei Servizi, a cui segue la fase, molto breve, delle osservazioni da parte di associazioni, comitati e cittadini, soprattutto sulla viabilità. Le 22 osservazioni presentate, soprattutto da Italia Nostra e dal consigliere del Pd Maristella Caldato, vengono respinte tutte, dalla prima all’ultima. Il che significa che tutto rimane com’era: indice d’edificazione a 2,2 metri cubi al metro quadro per le strutture sanitarie, 12,5 metri di distanza dei nuovi edifici dalle sponde del Sile, mantenimento del distretto sanitario a Borgo Cavalli e piccole modifiche alla mobilità. Ed un costo totale di circa 1 miliardo di euro (gulp!), mettendo nel conto il canone annuo stimato in 44 milioni e mezzo come somma dei vari appalti per i prossimi vent’anni.

Al di là dell’altolà al Tar, il piano politico è bollente. Nel 2010 l’allora opposizione di centrosinistra nel capoluogo della Marca, oggi al governo con il sindaco Giovanni Manildo (Pd), aveva votato no, mentre adesso è favorevole, sia pur con tutti i distinguo del mondo (elencati minuziosamente in una nota del Pd di Treviso del 4 aprile scorso: il no all’accorpamento a Ca’ Foncello desertificando il centro cittadino, il rispetto della distanza dal fiume, il sovradimensionamento dell’auditorium, un più accentuato coinvolgimento della popolazione, maggiore trasparenza – a proposito: un consigliere comunale di opposizione, l’ex grillino Alessandro Gnocchi, è ancora indignato per non aver potuto visionare tutti i documenti quando ne ha fatto richiesta).

A livello regionale, l’ambiguità politica sui project sanitari la fa da padrona. Questo nonostante la pesante bocciatura di Carmine Scarano, procuratore veneto della Corte dei Conti, che all’inaugurazione dell’anno giudiziario il 21 febbraio scorso, parlava così:

«Per lo più accade che il privato si assume solo il rischio di costruzione e per il resto si tutela bene inserendo nel contratto clausole che di fatto annullano i rischi, ad esempio con penali contenute, insignificanti. L’opera finisce così per costare molto di più del previsto aggravando il debito dell’ente pubblico».

Il governatore Luca Zaia da un anno a questa parte ha preso le distanze dal metodo galaniano della “finanza di progetto”, annunciando di voler rinegoziare quelli in itinere. Non solo: si è spinto fino ad invocarne la chiusura, previo aiutino legislativo da Roma. Come dire: vorrei ma non posso. Sentite qua:

«Io voglio chiudere i “project financing” sanitari del passato, perché ci costano paurosamente in termini finanziari. Ma la Regione ha bisogno di un aiuto normativo, e chiedo aiuto al Parlamento per questo… quelli sanitari sono atipici, basati sui canoni che paghi ai privati per un “global service”. Il problema sono i contratti fatti: ci portano ad avere costi finanziari paurosi che arrivano al 10-12%. Invece noi possiamo accedere a finanziamenti della Bei-Banca europea degli investimenti, all’1-1,5% di interesse. Se a Roma ci fosse una norma che ci dà modo di rinegoziare tutti i project financing, lo farei» (Giornale di Vicenza, 22 febbraio 2014).

Ad ogni modo, sulla cittadella di Treviso ha tenuto un profilo bassissimo, in questo primo scorcio di campagna elettorale per le regionali, facendo finta di niente. Mica é scemo.

Nel Pd alle prese con le primarie per eleggere candidato governatore (esito scontato: vince Ale “Ladylike” Moretti) non va molto meglio. La Moretti, finora, si è guardata bene dal prendere di petto l’argomento sanità, anzi non vi ha nemmeno fatto cenno per sbaglio, limitandosi a dire basta alle strade in project «firmate da questa e dalle passate giunte regionali» (Corriere Veneto, 26 novembre 2014). Quanto alla sfidante Simonetta Rubinato, al dibattito televisivo del 27 novembre si è sbilanciata: «i project financing hanno spolpato la sanità veneta». Ma in concreto, che fare adesso? Mistero.

La verità, come quasi sempre, sta nel mezzo. Nel senso di punto mediano dell’agone politico, là dove centrodestra e centrosinistra si incontrano nella sostanza, dopo essersi sbranati verbalmente. E cioè: entrambi, di fatto, portano in calce alla sanità targata Galan la propria firma politica. O per averla sostenuta più o meno apertamente (alleata di Forza Italia è sempre stata la Lega Nord, che oggi esprime l’assessore alla sanità Luca Coletto, uomo di Flavio Tosi, che fu assessore con identica delega sempre con Galan presidente dal 2005 al 2007, e la cui ex, Stefania Villanova, è considerata una figura-chiave del comparto), o per averla osteggiata più o meno tiepidamente salvo poi vararla, come nella Treviso di Manildo. Oppure senza averla osteggiata per niente, anzi issandoci sopra la propria rossa bandiera sbiadita a rosé: vedi Padova, dove il nuovo ospedale era appoggiato dalla precedente amministrazione dei piddini Zanonato e Rossi come dal verde (di rabbia, contro il neo-sindaco Bitonci affossatore del progetto originario) Zaia. Intendiamoci: uno può anche rivendicarla, la tessera del Partito Unico Sanitario veneto. Ma che lo ammetta, almeno.

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  • Mariano Fantinucci

    La Maltauro e soci (coop “rosse” CCC e Manutencoop, Serenissima e altre) hanno fatto ricorso per avere perso l’aggiudicazione della “Cittadella della Salute” di Treviso. Finalmente si materializza IL PARTITO DI CALCE, CAZZUOLA E MARTELLO DI CORAZZINIANA MEMORIA! Per chi non lo sapesse Antonio Corazzin (Feltre, 1 settembre 1940) è stato un politico vicentino. Ha ricoperto la carica di sindaco di Vicenza per due mandati consecutivi dal 1981 al 1990.