Tribunale Vicenza, no cancellieri no party

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Aumentare di più della metà la miserrima pianta organica del tribunale di Vicenza è indubbiamente una di quelle notizie che danno sollievo. i 13 magistrati che nell’arco del 2015 si insedieranno nel capoluogo berico sono il minimo sindacale (36 in tutto, praticamente come trent’anni fa, mentre secondo il ministero ce ne vorrebbero 41) per fronteggiare una massa abnorme di fascicoli impantanati nella giustizia civile. Con costi, in termini economici e di vita vissuta dei cittadini (singoli e imprese), da giustizia incivile. Ringraziamenti altrettanto dovuti al Consiglio Superiore della Magistratura e ai politici vicentini, di destra e sinistra, che si sono spesi: hanno fatto il loro dovere.

Però, come per il Job’s Act governativo servono i decreti attuativi altrimenti è tutta propaganda, così se non si rinsaguerà l’elenco terzomondista del personale di cancelleria (poco più di 70, più 15 carabinieri in pensione per tre ore al giorno), che ha la stessa importanza delle braccia per la mente: se non ci sono quelle, il corpo non si muove. Su questo, nessuna novità. Per capirci: non ci sono impiegati neppure per rendere operative le sentenze definitive, il che significa che chi deve andare in galera non ci va e chi deve pagare multe e sanzioni non le paga. E allora? Allora, volendo guardare il bicchiere mezzo pieno, è una vittoria dimezzata. Più che lo champagne, si può stappare al massimo un prosecchino.

Quello che proprio non è lecito far passare è il messaggio che, se la Vicenza delle toghe è ridotta com’è ridotta, è per colpa dei processi a Berlusconi, cioè dei giudici che l’hanno indagato e condannato e della relativa concentrazione mediatica su di lui. Ma andiamo. Se il settore civile è stato sistematicamente bistrattato è proprio, semmai, perché il signor Berlusconi non ha fatto altro che emanare leggi per i casi penali suoi e perché il centrosinistra, la cosiddetta opposizione, gli è venuto dietro facendosi dettare l’agenda da lui e dal suo conflitto d’interessi. Il problema non sono state le vicende giudiziarie del cittadino Silvio Berlusconi, ma il fatto che il cittadino Silvio Berlusconi abbia potuto usare politicamente la giustizia come il campo della sua guerra privata contro la magistratura, definita «cancro della democrazia».

La verità è più banale: l’intera classe politica se n’è strafregata del civile, dove si svolgono i processi più comuni e più rognosi per la gente comune, per chi lavora e per la vita di tutti i giorni. Non solo: se i tempi dell’ingiustizia quotidiana sono peggio che biblici, questo è dovuto a cause profonde come, una su tutte, la bizantina divisione del processo in tre gradi di giudizio, che ha come conseguenze l’impossibilità di fissare i giusti termini della carcerazione preventiva e di tutelare il segreto istruttorio qualora lo si voglia ripristinare sul serio. E siccome i processi sono lunghissimi, ecco che saltano fuori prescrizioni a raffica. Chi fece tagliare nel 2005 i termini della prescrizione con la legge “ex Cirielli” (ex, perché il promotore, Edmondo Cirielli, di tutt’altri intendimenti, se ne vergognò al punto da togliere la sua firma) per i reati finanziari, economici, contro la pubblica amministrazione, tipici di lorsignori? Berlusconi. E chi non gli contrappose mai una sacrosanta battaglia per snellire i processi, sia penali che civili? I suoi sedicenti oppositori. Contentiamoci dei 13 magistrati a Vicenza: non è molto, ma è già tanto. Purché non ce la raccontiamo fra noi.

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