Il Veneto degli invisibili. Al discount

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In una sacca di pezza mezza scucita, Nikola ha messo una confezione di snack al cioccolato e una di pane in cassetta assieme ad una quantità non ben definibile di lattine di birra. Dopo aver pagato, sale sul suo furgoncino, un catorcio bianco che sembra un un negozio di vernici dismesso. Il motore diesel fuma come una ciminiera, ma il fumo della sigaretta dell’imbianchino sembra ancora più denso. È mattina, il Lidl di Feltre dove Nikola ha fatto la sua spesa ha appena aperto, ma è solo una prima tappa. Il giovane macedone, trent’anni, forse qualche cosa di più, si allontana: «Anche oggi lavoro piccolo. Spero cliente paga presto». L’uomo prova a scherzarci sopra, ma si vede che è preoccupato.

Si parla tanto di integrazione che non riesce. Ma nel Veneto – non lo dicono solo i dati ma anche l’esperienza quotidiana – l’integrazione, quantomeno con gli immigrati regolari, c’è già stata. Ma è una integrazione al ribasso, un’integrazione che riguarda prettamente il ciclo economico e non il vissuto o l’ambito culturale. I discount sono una specie di luogo ideale, anzi di non luogo ideale, dove tastare il polso. Oltre ad una classe media che li frequenta semplicemente perché tira aria di crisi, ed ha un approccio più prudente alle spese, i market low cost rendono l’immagine di un Veneto con le pile scariche. Basta un sabato mattina all’Eurospin di Volpago per vedere sui clienti, italiani e stranieri, gli stessi volti sui quali è stampata la stessa fatica routinaria.

Giovanni è un operaio quarantenne della zona, mentre discute con un marocchino se alcuni prodotti siano o meno in offerta, si pulisce gli occhiali che hanno una montatura evidentemente fuorimoda. Giovanni non è sposato, è single, vive in affitto e viene da una famiglia che ha sempre vissuto «onestamente ma in condizioni economiche difficili». Ha avuto come tanti problemi di lavoro, ha vissuto la cassa integrazione, un po’ di disoccupazione e percepisce uno stipendio di 1200 euro. Affitto e macchina (della quale sta pensando di disfarsi) gli portano via un bel pezzo della paga e per questo sta attento a tutto.

«Se se posso vado al lavoro in bici, oppure cerco di mettermi d’accordo con qualche collega. La mia palestra è costituita dalla legna che raccolgo per la mia stufa e per la mia cucina economica che ho recuperato da un robivecchi e rimesso a posto. Così cerco di risparmiare». Nel suo carrello c’è tanta pasta e tanto pomodoro, pochi prodotti più elaborati e costosi. «Alla carne e al pesce che mangio di rado, preferisco i legumi. La cosa non mi pesa. Provo a risparmiare un po’. Così mi rimangono due soldi per eventuali emergenze, come il dentista, o per farmi d’estate quattro o cinque giorni di ferie in Trentino. Mi piace camminare nei boschi». E la vita sociale? «Qualche birra con gli amici, ogni tanto ho qualche storiellina con qualche ragazza. Ma non mi faccio illusioni. Non ho i numeri né come playboy né come potenziale marito». La politica lo interessa poco o nulla; da ragazzo ha votato a sinistra. Poi qualche volta Lega. Poi basta. Non chiede di essere rappresentato da chicchessia e non sa nemmeno quali forze siano ora al governo. Nei confronti della «casta» non nutre nemmeno ostilità, termine che però conosce bene e che indica secondo lui il fatto che «sono tutti uguali»: ma alla fine da parte sua ci sono solo distanza e rassegnazione.

Il racconto di Giovanni, che ha il volto che ricorda uno dei mangiatori di patate ritratto da Van Gogh, è paradigmatico di un Veneto degli invisibili attaccato alla piccole cose, alle piccole certezze del quotidiano: lo sconto sul pane, la casetta dell’acqua in cui andare di tanto in tanto a prendere un po’ di gasata, l’amico che ti porta un film in dvd da vedere a casa perché andare al cinema o abbonarsi a Sky oltre che a costituire una spesa proibita sono anzitutto una paura. Una paura di non avere abbastanza in futuro «per farcela».

E da questo punto di vista i veneti invisibili sembrano assai simili agli immigrati invisibili. Piccoli nuclei di familiari o di amici che si frequentano a bassa intensità: una briciola (o una parvenza?) di benessere dato da qualche gadget, da un pezzo di cioccolata o da una pizza insieme. Tutto all’insegna del ripiegamento su sé stessi. Nessuna tensione, nessuna protesta, solo menage di piccolo cabotaggio. E se per gli immigrati una volta l’orizzonte era quello di migliorare le proprie condizioni nel Paese d’origine con le rimesse, ora con l’avanzare della crisi l’orizzonte sembra semplicemente quello di «scamparla». Proprio come gli invisibili nostrani.

È difficile cogliere un sorriso o una nota di colore tra coloro che entrano o escono da questi supermarket a basso costo. I loro concorrenti di rango superiore, gli shopping centre, hanno le botteghe, i prodotti firmati e un approccio più «modaiolo»: «Ma è solo luccichìo che nasconde lo stesso scoramento» spiega Mario, insegnante precario della Campania mentre fa la spesa al Prix di Vicenza in zona Ferrovieri, un casermone vicino alla sede della municipalizzata Amcps-Aim.

Poco più a Ovest, ad Altavilla spiccano invece le linee pulite e tese, i colori bianco e blu del Lidl. Uno standard costruttivo sempre ripetuto dalla catena d’oltralpe che ha il sapore dell’esotismo architettonico rispetto al grigiore formato scatolame edilizio del capannone veneto. In quel parcheggio c’è l’unico volto sorridente incontrato durante una peregrinazione tra discount durata quattro giorni. È il faccione di Anica, una corpulenta badante serba che sghignazza al telefono delle presunte disavventure sentimentali (o sessuali dell’amica). Le chiedo come mai venga proprio in quel supermarket. «Io vorrei andare Tosano di Montecchio. Lì tanta scelta. Ma troppa gente. Troppo pieno. Lì gverra. Qvi tranqvillo». E giù un’altra risata. Nei paraggi passa una signora del posto, un po’ attempata, un po’ incuriosita, forse un po’ pettegola. La quale con un gesto lento annuisce: «La ga rason».

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  • È sul “Veneto degli invisibili” che converrà misurare la credibilità dei candidati Presidenti della imminente tornata regionale. Perché è ad esso che chi crede ancora alla politica come mezzo per cambiare la società, deve dare una risposta…
    Una risposta che non può essere fatta di slogan: chi compra al Lidl, bada alla sostanza, e annusa la fregatura prima di altri.
    E di quelli che frequentano i discount, la Moretti ha più bisogno di Zaia: già, perché la partita qui è tutt’altro che in discesa. In Veneto, a parte le due brevissime “supplenze” di Giuseppe Pupillo (1993-94) e di Aldo Bottin (1994-95), il centrosinistra non ha mai governato; al massimo ha contrattato con il “doge” di turno un po’ di briciole da dare ad alcuni “clientes”, pagina non esattamente edificante.
    Per vincere l’ultimo erede del moderatismo democristiano, perché tale è Zaia, non bastano le buone intenzioni: bisogna innanzitutto conoscere il Veneto. E non tanto quello imprenditoriale frequentato per pietire contributi elettorali dal Maltauro di turno, bensì quello profondo, anonimo, “invisibile” appunto. E capire come si è qui declinata la lunga crisi che tiene al palo il paese, e quale strategia mettere in campo per dare speranza a chi ormai ha visto svanire nel nulla l’età degli “Schei” a suo tempo celebrata (e stigmatizzata) da Gian Antonio Stella.
    Converrebbe rileggerlo, quel libro. Perché in esso già si intravedeva cosa sarebbe divenuto il Veneto nel perdurare del non-governo regionale: un non-governo che alla lunga si è rivelato ancora peggiore del mal-governo. Lì si trovano le radici del Veneto degli invisibili.

    Un consiglio ai candidati: gli invisibili dei discount non amano la pubblicità, perché sanno che essa fa lievitare il prezzo dei beni acquistati (e del resto proprio per questo i discount tendono a contenerla al minimo). Anche gli slogan politici sono “pubblicità”: meglio astenersene. Se ne astenga soprattutto la candidata vicentina: che nemmeno ne inventa di suoi, ma ricicla quelli nazionali del repertorio renziano. Ecco, gli invisibili vorrebbero sentir parlare del Veneto reale: senza slogan e senza estetiste di mezzo.