5 dicembre, rivolta abortita: ecco perché

Una rivolta mai nata, quella del 5 dicembre di quest’anno. Al contrario dei folti assembramenti ammassatisi attorno ai caselli autostradali nel 2013, quest’anno i “decembristi” erano, quasi letteralmente, quattro gatti. In cinque giorni, ai “blocchi” veneti di Montecchio Maggiore nel Vicentino, a Prato della Valle a Padova come a Marghera e a Colle Umberto di Treviso o a Ponte di Cadore, non sono riusciti mai a superare il numero di unità che può contarsi più o meno sulle dita delle mani. Un osservatore frettoloso potrebbe liquidare l’aborto di protesta come una non-notizia, e morta lì. Invece è sintomo di qualcosa di rilevante: una preoccupante indifferenza.

Parlando coi pochi presidianti, che qui in Veneto non hanno avuto l’appoggio organizzativo delle formazioni venetiste come la Life (alcuni, vedi il vicentino Perrucca, tornati a testimoniare il proprio indipendentismo duro e puro, altri come il veronese Chiavegato verso la candidatura in appoggio al governatore leghista Zaia), la parola-chiave per spiegare a caldo il fallimento è rassegnazione. Che si palpa nell’aria, dopo tante delusioni politiche di massa: il Movimento 5 Stelle in crisi, il centrodestra che è per metà un’appendice “nazarena” del governo Renzi (Forza Italia) e per l’altra metà in mutazione verso una destra lepenista e putiniana, agguerrita ma senz’altro minoritaria (la Lega di Salvini), lo stesso Matteo Renzi in calo di consensi per la logorrea di annunci. Al sentimento perenne e atavico di sfiducia verso l’immobilismo e l’incapacità della classe dirigente, si sovrappone un momento politicamente di stanca, di riflusso. Non è un caso se proprio in questo ponte dell’Immacolata i centri storici sono stati sommersi per compere o anche solo, viste le vacche magre, per svagarsi con una “vasca” a piedi. La gente è stufa. Anche di essere stufa.

Se poi aggiungiamo che le proposte di questo 5 dicembre non si discostavano dal 5 dicembre scorso, che nulla è stato inventato di significativamente diverso (fatta eccezione per il tentativo di ringiovanire mediaticamente la protesta mettendo in mostra un ragazzo di 22 anni, Vito Collins Babila, come portavoce regionale facendolo volare in elicottero), e che la differenza non l’ha fatta questo o quel personaggio locale perché in tutta Italia è stato un deserto, la debacle è spiegata. Tuttavia i “decembristi” toccano il nervo scoperto del malcontento più o meno fisiologico dell’Italia ribelle al racconto ottimistico e semplicistico di certa politica: o si rimettono in discussione i fondamentali, o mai niente cambierà in meglio («lamentarsi e dire “governo ladro” non serve più»). Questo almeno è il pensiero che viene dai superstiti della sollevazione che un anno fa voleva mandare a casa tutti.

Un pensiero che fa troppi salti logici e politici, certamente. Ad esempio, leggendo il volantino-manifesto: si chiede lo scioglimento delle Camere o le immediate dimissioni del Presidente della Repubblica o addirittura l’istituzione di un tribunale speciale per condannare i responsabili dello sfascio italiano, ma non ci si cura nemmeno di accennare al come, su quali basi e con quali mezzi. Anche fossero state oceaniche, le folle del 5 dicembre 2014, in quali modi concreti avrebbero poi, diciamo così, premuto sull’ordine costituito perché facesse harakiri? Hanno sempre detto e ripetuto che la ribellione è pacifica o non é. Ma nessun Potere si è mai fatto scalzare dalla pura e semplice mobilitazione popolare, quando priva di un’organizzazione, di una strategia, di capi riconosciuti e di “rivoluzionari” disposti a sacrifici personali, pesanti, anche estremi. Qui siamo di fronte ad un popolo incazzato ma che al dunque preferisce fare shopping o stare davanti al computer perché piove.

Resta valida l’intuizione di fondo: o si ha il coraggio di ripensare un po’ tutto, oppure è meglio stare a casa. Peccato solo non sia un’idea condivisa. Si chiude così, con un mesto “amen”, una dichiarazione di ostilità che non è servita a nessuno. Tranne a chi ricorda la frase di Antonio Gramsci: “odio gli indifferenti”.

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