“Mafia capitale”, tentacolo veneto. A Cortina

Cortina d’Ampezzo finisce nelle carte dell’inchiesta «Mondo di mezzo» che sta sconvolgendo Roma e la politica nazionale. È il principale indagato, Massimo Carminati, che in una intercettazione citata alle pagine a pagina 238 e 812 dell’ordinanza del gip Flavia Costantini fa intendere che la regina delle Dolomiti sia una sorta di eldorado del riciclaggio. Il colloquio intercettato dagli investigatori si colloca nel contesto dell’approvvigionamento di armi che avrebbe garantito a Carminati un discreto arsenale. Nell’ordinanza si parla di un intermediario che sarebbe in grado di renderne legale il commercio «riferendo che egli riusciva a far emettere delle false fatture tramite i suoi diretti “fornitori” che si recavano spesso in vacanza nei dintorni di “Cortina”, dove era possibile “fare tutte le fatture del mondo”».

Ma a quali intermediari si riferirebbe Carminati? Nell’ordinanza firmata dalla dottoressa Costantini (30546/10 R.G. Mod. 21) non ci sono elementi per rispondere ad una domanda del genere, ma più in generale c’è un dato storico dal quale partire. Il Veneto, in cui Cortina è una delle località più famose, è da anni il crocevia di traffici di armi con l’ex Jugoslavia e più in generale con il blocco ex sovietico. Per anni la mala del Brenta ha giocato un ruolo chiave. Il 24 novembre Vvox.it aveva descritto uno scenario nel quale si collegavano le possibili propaggini della “mala” veneta alla vicenda dell’attentato contro il pm antimafia Nino Di Matteo. Non va trascurato  un altro dato storico: Felice Maniero, ex boss indiscusso della mala del Brenta, aveva nella galassia della ex Jugoslavia contatti di primissimo livello, a partire da quelli con Miroslav Tuđman, figlio dell’ex presidente croato Franjo Tuđman.

Frattanto l’affaire «Mafia capitale» continua ad alimentare lo scontro tra le forze politiche. Oggi è stato il M5S ad alzare i toni con un post pubblicato direttamente sul blog di Beppe Grillo. Un intervento in cui si accusa la maggioranza di centrosinistra che siede in parlamento di avere garantito un anticipo di liquidità ad Eur spa. Una società della galassia capitolina presieduta da Riccardo Mancini, uomo forte di Gianni Alemanno, l’ex sindaco di Roma a capo di una giunta di centrodestra. I due sono i principali indagati di una inchiesta che ha colpito sia il centrodestra che il centrosinistra. Ma anche nella vicenda Eur spa si scopre una nuance veneta. In onore alle migliori tradizioni bipartisan, a presentare l’emendamento che salva un ente Eur dalle grane maturate durante la consiliatura di centrodestra è un senatore padovano del Pd,  Giorgio Santini, nativo di Marostica nel Vicentino e per anni figura di spicco della Cisl nazionale. Ora non si sa se l’emendamento firmato da Santini (che presenta anche la firma del collega ternano Gianluca Rossi, sempre del Pd) abbia avuto un suo canale preferenziale nella compagine del governo o nel Pd romano. Il fatto è che Santini è anche il relatore della futura legge di stabilità: una posizione privilegiata, sostiene il M5S, dalla quale lo stesso senatore non poteva non conoscere gli sbilanci dei conti di Eur spa.

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