Case pubbliche sfitte, Vicenza cattivo esempio

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La casa, come il lavoro, la possibilità di studiare e di curarsi, la libertà di espressione, avere politici e amministratori onesti e meno ingordi: sono alcuni tra i ”diritti” che spesso ci vengono negati. In particolare per la casa, la maggioranza degli italiani – per difendersi dalle speculazioni e dalla mancanza di edilizia pubblica – ha dovuto fare grandi sacrifici per comperarsi un tetto, ricorrendo anche a mutui trentennali. Oggi con gli stipendi e le pensioni svalutati, si fatica a tirare avanti, ma per chi ha redditi minimi, la “casa”, fondamentale per una “vita civile”, diventa essenziale per la “sopravvivenza”.

Aumentano di giorno in giorno il numero delle abitazioni occupate abusivamente. Ma mentre per le proprietà “private” c’è qualche speranza di poterle liberare, per quelle che sono di proprietà “pubblica” la cosa si complica. Si sa, le leggi italiane sono tante, difficili o anche impossibili da applicare; per di più ci sono certi magistrati misericordiosi con i beni altrui, che in qualche modo favoriscono il proliferare del cattivo costume di appropriarsi delle cose degli altri. La cronaca è piena di episodi conflittuali che dalle periferie delle grandi città si stanno spostando pericolosamente anche nei centri minori.

Che cosa fanno in concreto per la politica della “casa”, tra l’indifferenza del governo centrale, Comuni come quello di Vicenza, ora che la disoccupazione è giunta a livelli mai visti, coinvolgendo soprattutto i gruppi familiari più poveri? Una denuncia pubblica del Sunia Cgil, sindacato di tutela degli inquilini, riferisce di una situazione incredibile e che si vuole continuare ad ignorare. Vi sarebbero oltre 100 (cento) appartamenti di proprietà del Comune di Vicenza che sono “sfitti”, perché bisognosi di sistemazione, o in parte di ristrutturazione. Si sostiene che non ci sono soldi, ma perché non eliminare tra le pieghe del bilancio qualche spesa inutile o accedere magari anche a finanziamenti, per rendere nuovamente abitabili gli appartamenti non occupati? Affittandoli successivamente, a canoni mensili anche minimi, il costo dell’operazione potrebbe rientrare in un periodo che va dai 7 ai 10 anni, senza ”nessun aggravio” per le casse del Comune.

Potremmo dare un tetto a famiglie che ora non ce l’hanno. Rivaluteremmo il capitale immobiliare della città, che in questi casi si sta “sgretolando”. Eviteremmo anche che gli stabili – ora vuoti – possano essere occupati dai disperati di turno (sempre in aumento), i quali li trasformino in luoghi di “degrado”, con l’ulteriore pericolo che si assecondi la cultura  dell’illegalità, che fa crescere nei cittadini il senso di insicurezza percepita.

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