Partiti ladroni, ci vorrebbe un Savonarola

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E così il Partito Democratico si avvia alla campagna per la Regione Veneto con due parlamentari indagati. Capiamo benissimo l’Ale Moretti che schifa i deputati veneziani Davide Zoggia e Michele Mognato invitandoli a dimettersi: ne va della sua credibilità come candidata presidente, visto che i due sono esponenti di punta del Pd regionale. Ma resta il fatto politico: non è più solo l’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, brutalmente scaricato dal partito come un lebbroso, a dover difendersi dall’accusa di finanziamento illecito. Lui lo farà a giudizio in processo, vedremo se vi saranno rinviati anche i due ras della Laguna. Ma il Pd non può presumere di avere nessuna verginità.

Fossimo nei panni dei fund-raisers degli sfidanti di Veneto 2015, staremmo in campana. Primo, perché sembra che la magistratura, da queste parti, abbia occhi e orecchie ben aperti, e ciò dovrebbe fare da deterrente ai furboni e furbetti che dovessero tenere i cordoni della borsa dei candidati. In questo senso, proprio il “processo Orsoni” (uno dei soli due, assieme a quello della forzista Lia Sartori, ancora in piedi dopo la falcidia da patteggiamenti che ha ridotto l’inchiesta Mose ad una conciliazione di multe da pagare) potrebbe fare da monito a chi non riesce a togliersi il vizietto del grassamento di soldi pubblici per associazioni private, quali sono i partiti.

Dice: ma senza finanziamento pubblico, quasi del tutto abolito, e con i costi esorbitanti delle campagne elettorali, la tentazione ci sarà sempre. E perché mai devono esorbitare per forza? Per coprire con tonnellate di marketing pubblicitario la vuotezza d’idee e ipocrisia di comportamenti? Bisognerebbe ricostituire un’altra magistratura, ma più antica, il Censore romano, che prescriveva limiti draconiani agli sperperi e li faceva rispettare senza tanto andare per il sottile. Solo che invece di ficcare il naso nei nostri vizi privati, tenga a bastone le malversazioni pubbliche. E per far contenti i cattolici del Marcianum a Venezia, metterci a capo un Girolamo Savonarola. Così da star sicuri che ci si vergognerebbe anche solo di pensare che andare dall’estetista rappresenti una virtù politica.

Noi giornalisti, invece, faremo bene a tenere fissa la luce sulle modalità semi-conosciute di caccia ai fondi. Ad esempio, le cene elettorali. Dovremo chiedere, e chiederemo, i nomi e i cognomi di chi vi partecipa. C’è la privacy? Questa storia della privacy ha del grottesco. Se sono un estimatore del tal candidato, perché vergognarsi di dichiararlo? Lo sappiamo: perché a volte si staccano assegni contemporaneamente all’avversario. Ma questo è un problema di chi gioca su due tavoli, e a maggior ragione l’opinione pubblica dovrebbe conoscere chi si tiene buono l’angelo e pure il diavolo. Lo spietato frate dei nostri sogni dovrebbe anzi imporre l’obbligo di trasparenza totale. Abbiamo diritto di sapere tutti i giri di denaro e gli interessi, personali e lobbistici, che si muovono dietro alle candidature. L’abito adatto alla vita pubblica è il saio. C’è abbondamentemente tempo e spazio per sfrenatezze e godimenti pagani: ma nel privato, regno di legittima anarchia (chi vuol esser lieto sia, del doman non v’é certezza…)

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