Questione morale, le ragioni di Curi

In questa marcia nel deserto della crisi italiana dove i pozzi si fanno sempre più rari, è una vera fortuna imbattersi nel sorso d’acqua fresca che ti porge Umberto Curi dalle colonne del Corriere del Veneto di sabato 13 dicembre 2014. Per chi vuole intendere, infatti, Curi mette fine al lungo e deleterio equivoco che ha fatto deragliare il nostro Paese a partire dal 1992 confondendo moralità, legalità e politica e alterando fino ai limiti di guardia quel bilanciamento dei poteri della Stato che i padri costituenti avevano posto a garanzia delle nostre libertà individuali e collettive.

Pur con tutte le cautele del caso, Curi ne trova la radice addirittura nel 1973, quando Enrico Berlinguer coniò l’espressione “questione morale” per descrivere il fenomeno dell’intreccio perverso tra politica e affari. Fu allora che «si verificò una circostanza paradossale. Da un lato, infatti, con grande preveggenza il leader comunista aveva colto una tendenza che si sarebbe successivamente aggravata fino a pervadere l’intero sistema politico italiano. Dall’altro, usando un’espressione impropria e fuorviante, Berlinguer aveva inconsapevolmente (ma involontariamente) reso più difficile la diagnosi e la terapia dei mali che stavano colpendo il nostro paese».

Ed è a questo punto che Umberto Curi, con invidiabile chiarezza tipica di chi ha letto, e capito, la lezione marxiana, arriva al nocciolo del problema: «La questione di fondo, infatti, non è affatto “morale”, cioè non riguarda il comportamento dei singoli individui, la loro inclinazione al “bene” o al “male”. La questione è, invece, “politica”, strutturale, ha a che vedere con le regole materiali di organizzazione di funzionamento del sistema politico». Per questo qualunque tentativo di risanamento dovrebbe rinunciare «ad un impossibile, e comunque inefficace, intervento sulle “coscienze” dei singoli individui».

A mio avviso proprio questo è stato l’errore capitale dei magistrati di “Mani pulite” e di quanti hanno voluto esserne gli emuli: aver dato allo “jus”, alla magistratura, un ruolo, una missione, che non gli competono affatto, quella cioè di lavacro/redenzione delle coscienze e nello stesso tempo di rifondazione della stessa convivenza politica. In questo modo si sono aumentati a dismisura i poteri della magistratura «non solo sul piano del controllo di legalità, ma dal punto di vista della regolamentazione delle attività economiche e amministrative». Osserva a questo proposito Curi: «Ne risulta una distorsione assai pericolosa nel rapporto fra poteri dello Stato, con un’ennesima supplenza affidata alla magistratura. Insomma, sia pure con “le migliori intenzioni” si rischia di lavorare per rendere ancora più grave la crisi complessiva del sistema».

Come, aggiungo io, ha appena fatto il sindaco Marino, con ogni evidenza assolutamente inadeguato al ruolo che riveste, inserendo nella sua giunta il magistrato Alfonso Sabella al fine di garantire la legalità della capitale. Allora perché non rendere obbligatoria la presenza dei magistrati in ogni giunta e in ogni apparato dello stato? Se poi il magistrato/senatore Felice Casson dovesse diventare anche sindaco di Venezia, avremmo un infrangibile cerchio perfetto e sarebbe del tutto inutile, nonché immorale e illegale, ogni futuro ricorso al popolo sovrano. A che pro, infatti, cambiare se legalità, moralità e politica già si sono condensate in un “unicum”, provvidenziale, soggetto?

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