Cyberguerra, Kim batte l’America

Forse i repubblicani esagerano quando dicono che questa è la prima «cyberwar» combattuta e persa dagli Stati Uniti. Ma la decisione presa l’altra sera dalla Sony verrà ricordata come una svolta storica: per la prima volta il lancio di un film viene cancellato da una grande casa cinematografica a causa delle minacce terroristiche di misteriosi hacker.

Misteriosi gli esecutori ma forse non i mandanti, visto che il governo Usa si è ormai convinto che dietro l’attacco c’è il regime di Pyongyang. Nel film, la cui uscita era programmata nelle sale cinematografiche proprio nel giorno di Natale, due giornalisti interpretati da James Franco e Seth Rogen in missione professionale nella Corea del Nord, vengono avvicinati dalla Cia che li convince ad assassinare Kim Jong-un, il dittatore che governa il Paese asiatico. Chiamato, nella finzione, col suo vero nome, senza nemmeno fare ricorso a uno pseudonimo. La reazione verbale del governo nordcoreano è stata furibonda fin da quando, nell’estate scorsa, si è saputo della trama del film.

Ma provare che l’attacco informatico che ha scardinato gli archivi cinematografici e anche tutti gli altri sistemi informatici della Sony sia partito da Pyongyang non è facile: gli hacker hanno operato da varie località del mondo, da un «convention center» di Singapore a un’università thailandese, passando per dei server in Bolivia. La Casa Bianca deve, però, aver messo insieme vari elementi di prova sulle responsabilità coreane. Ma non formula accuse ufficiali, per non ammettere di essere finita sotto scacco ad opera di un Paese che non è certo una grande potenza, anche se ha armi atomiche.

La Casa Bianca si è limitata ad affermare di non aver esercitato pressioni sulla Sony che ha ritirato il film dopo che le maggior catene di distribuzione cinematografiche avevano deciso di non proiettarlo nelle loro sale, nel timore di attacchi terroristici. Un precedente pericoloso: in futuro qualunque hacker capace e determinato potrà tentare di bloccare con minacce e virus informatici manifestazioni culturali sgradite: film, concerti, esposizioni, teatro. Una minaccia gravissima alla libertà d’espressione, denuncia la Urban League, associazione per la tutela dei diritti civili, che chiede a Obama di reagire con durezza.

La Casa Bianca fa capire che ci sono rappresaglie allo studio («È una seria questione di sicurezza nazionale»), ma nell’amministrazione non mancano i fautori di un approccio prudente: un’accusa esplicita darebbe a Kim Jong-un una visibilità ancora maggiore come campione assoluto degli Stati-canaglia e metterebbe in difficoltà il Giappone (proprietario della Sony) che sta segretamente negoziando la liberazione di alcuni suoi cittadini detenuti da anni in Corea del Nord.

Massimo Gaggi

“Il Corriere della Sera”

Dicembre 2014

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