L’orafo Bizzotto: «colleghi, meno fumo più fatti»

Pane al pane, vino al vino. Anche se è di oro che parliamo. Cesare Bizzotto, orafo bassanese, è l’icona dell’imprenditore veneto esattamente come te lo immagini: tanta gavetta (prima come dipendente, poi in società, infine in proprio) e una spiccata attitudine a dire quel che pensa e a parlare come mangia. Accanto a lui, in questa intervista a briglia sciolta, la figlia Martina, che lavora in azienda per scelta e convinzione e non, come purtroppo spesso avviene nelle seconde generazioni, per far scena o per costrizione. Lui esuberante, lei giudiziosa. Ma entrambi col dono, anche questo divenuto raro in quest’epoca di ipocrisia, della sincerità. E di andare all’essenziale.

Partiamo dalla crisi: per la loro impresa, la Asolo Gold, non è più nera. Sia chiaro: se la sono passata male anche loro, quattro anni fa, ma non hanno mai chiuso il bilancio in perdita. «Non è cominciata nel 2008, ma prima», puntualizza Cesare. «Il calo dei consumi è iniziato nel 2002 per l’aumento del prezzo del metallo: si è passati da 300 dollari all’oncia di quell’anno ai 1800 dollari del 2011». L’altra mazzata è arrivata con il cambiamento di gusti: «l’avvento dei regali tecnologici, come i telefonini, ha sostituito in parte gli oggetti in oro». La recessione finanziaria si è abbattuta sulle aziende «nel minor accesso al credito, e qui è stato difficile anche per noi: gli istituti principali, troppo esposti, sono venuti da noi perché avevano urgenza di rientrare». Ma loro se la sono cavata perché, con uno standard alto di produzione e un alto tasso di innovazione, sono risultati sufficientemente forti per resistere.

A proposito: questa benedetta innovazione di cui tutti parlano ma che, come l’araba fenice, nessuno sa bene cos’é, nel loro caso consiste, alla lettera, nella ricerca di prodotti sempre nuovi. Creatività, come una volta. Anche per difendersi da una minaccia che si rinnova alla velocità della luce: «in Asia ti copiano ogni sei mesi, nel mondo circola molto falso, bisogna stare attenti e mantenersi al passo, anche se è sempre più difficile inventarsi qualcosa di nuovo». Come ognuno può capire, si tratta di concretezza pura, del presupposto stesso del business di una ditta che ha quarant’anni e che fattura un 100 milioni. Tutto il contrario, sbotta Bizzotto senior, del «troppo fumo senza arrosto» di certi suoi colleghi che tendono a «esporsi troppo mediaticamente». E il pensiero gli va immediatamente alla Fiera di Vicenza: «basta pensare ai suoi report degli ultimi 15 anni: sembra che anno dopo anno abbia avuto sempre un successo incredibile, fornendo immancabilmente dati positivi, e invece…».

Sull’argomento Fiera va come un treno: «Non è possibile andarci ogni tre mesi, tenere tre esposizioni orafe non ha senso. E poi questo About J: l’hanno fatto ovunque, anche a Canicattì, mentre è del tutto inutile! Quanto alla joint venture con Dubai, non voglio neanche capire come un’azienda di proprietà pubblica possa andare in una piazza come quella, che “non paga”, nel senso che se ti va bene, paghi il prezzo che ti impongono loro… In generale noi orafi dovremmo avere più voce in capitolo, e invece, per dire, sulla fiera di maggio dell’anno prossimo so che hanno chiesto dei dati alle aziende, ma più di questo non so». Voce in capitolo come? «Pensiamo a Federorafi: se fossi il presidente, batterei i pugni sul tavolo. Io c’ho provato a candidarmi, 7-8 anni fa, ma scoprii che gli uscenti si ricandidavano tutti e io avrei dovuto elemosinare i voti dei miei colleghi. Ci vorrebbe più limpidezza, più meritocrazia».

A capo della Fiera c’è un imprenditore, Matteo Marzotto. Troppo “mediatico”? E’ stato persino cooptato nel cda della Banca Popolare di Vicenza, nonostante il palese conflitto d’interessi. «Guardi, sono socio della BpVi. Non sono il ruffiano di nessuno, e anche se non sono molto contento della valutazione delle azioni, è la banca che non mi ha mai fatto mancare il suo supporto, è quella che mi ha seguito di più. Il problema della Fiera è che c’è troppa politica. Una Fiera che vive da sempre sugli orafi, perché non ha una quota del 30 o 40% di proprietà degli orafi? Io non posso fare a meno della Fiera, altri si sono tirati indietro. Ma non è possibile dover lottare per lo stand, per poi magari averne uno anche troppo grande! E poi i servizi: non ci sono, mancano i parcheggi, appena arriva a metà mattinata deve parcheggiare a chilometri di distanza». Per la verità ne hanno costruito uno nuovo, che però, a quanto sembra, resta vuoto. «Appunto, forse perché la gente non lo sa». Andiamo bene.

Si capisce chiaramente che ai Bizzotto premerebbe solo concentrarsi sul proprio lavoro, che è la produzione per importatori con l’Asolo Gold e, dal 2008, la vendita diretta ai consumatori con Bizzotto Gioielli. Un’incessante conquista della propria «nicchia, che è più difficile nel mercato italiano, mentre, nonostante la vastità del mercato, lo è meno negli Stati Uniti», come ci spiega Martina. Negli Usa si sono affermati con 50 negozi, «e si potrebbe fare di più», aggiunge Cesare, «ma devi rischiare di più». E lui è un tipo all’antica: procede coi piedi per terra. Ma senza per questo restare fermo, e soprattutto senza restare mentalmente chiuso: «l’errore è rimanere immobili e non aggiornarsi. Un esempio? Io ho la terza media e ho fatto qualche anno di scuola di professionale, ma a 40 anni ho fatto la scuola d’inglese, e ora so quel che mi serve. E’ demenziale che in Italia si continui a non sapere la seconda lingua. Così quella volta ho fatto quel che tutti dovrebbero fare: occuparsi in prima persona del problema e risolverlo». Il lato positivo dell’imprenditore self made: nessun alibi, testa bassa e poche ciance. L’economia è ancora questo, non solo marketing sul nulla.