Venezia, mafia siciliana al Tronchetto

Giovedì mattina all’alba i carabinieri del Ros di Padova hanno notificato 8 avvisi di garanzia ad altrettante persone indagate per concorso esterno in associazione mafiosa nell’ambito dell’indagine sugli affari del Tronchetto, a Venezia. L’isola nuova, costruita negli anni Sessanta come porta del centro storico, è diventata nei decenni una terra di nessuno, dove i taxi regolari non attraccano mai e la stessa Actv fatica a imporsi sul monopolio delle barche di motoscafisti abusivi. Qui avrebbe trovato lavoro anche Vito Galatolo, 41 anni, pregiudicato ritenuto a capo del mandamento dell’Acquasanta e figlio di uno dei boss di Cosa Nostra condannato all’ergastolo per l’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Galatolo avrebbe prima lavorato con la società Canal Grande nel 2012, e poi, l’anno seguente, con Travel Venice, due società riconducibili ad Otello Novello, detto il «cocco cinese», accusato di spadroneggiare da anni al Tronchetto.

Dall’arresto di Galatolo a giugno gli inquirenti sono partiti da due domeande domande semplici: perché il boss era arrivato a Venezia? E perché Novello l’ha assunto? Per ora il «cocco cinese», attraverso il suo avvocato, nega tutto: «Gli fu chiesto da un conoscente comune di dare un lavoro a Galatolo e gli fece un piacere – si legge sul Corriere del Veneto – lui non sapeva nulla del suo passato e quando l’ha saputo ha ritenuto di non lasciarlo per strada». Versione che però ha un punto debole ovvero che, quando Vito venne arrestato, Novello ne assunse subito il figlio Vincenzo, 19enne. «E comunque – continua l’avvocato Cristofoli Prat – Galatolo veniva regolarmente al lavoro la mattina presto, faceva la manutenzione delle barche, controllava l’olio e le puliva. Poi accompagnava i turisti a bordo». Sullo sfondo c’è anche un’altra ipotesi, per ora senza riscontri rilevanti, ovvero che come avvenuto per i subappalti di Fincantieri, queste società potessero essere una “valvola di sfogo” per gli incassi illeciti della cosca Galatolo.

«Questa indagine importantissima non nasce oggi e andrà certamente oltre – commenta l’ex assessore Gianfranco Bettin – con sviluppi importanti. Si prefigura un salto di qualità: l’investimento di Cosa Nostra nel business del turismo che è l’industria veneziana di ieri , di oggi e di domani». Bettin denunciava da tempo il far-west che si era impadronito del Tronchetto e sulla possibilità che questo avvenisse con il benestare della politica. «Tre settori chiave dell’economia cittadina si sono rivelati in mano a forme affaristico criminali: la partita enorme della salvaguardia e quella altrettanto ingente delle bonifiche a Porto Marghera, entrambe parte del sistema del Consorzio Venezia Nuova — riepiloga — Un sistema criminale di colletti bianchi. Poi c’è il turismo». Ma mentre salvaguardia e Marghera sono sempre stati al centro del dibattuto pubblico, il Tronchetto è sempre rimasto ai margini. «Qualcuno può aver avuto paura di parlare: il settore ha una certa capacità di intimidazione e rappresaglia — spiega —. Un’altra parte può essere coinvolta nel business e quindi ci guadagnava». Consulenze, studi: il cosiddetto indotto».