Lettera di Natale. Agli umiliati e offesi

No, cari lettori, quest’oggi, dì di Natale, non vi scriverò dell’ennesimo scandalo né vi darò il cento e un milionesimo motivo per farvi il fegato marcio. Non ripeterò quanto abbiamo documentato, solitari nella notte dell’informazione, sui risvolti poco convincenti, fanfaronistici o  inquietanti della sedicente “alta velocità” Verona-Padova, con tutti quei dubbi tecnici e quegli intrecci d’affari. Non vi rammenterò l’indagine con cui abbiamo messo ai raggi x il business di Marco Goldin nel claudicante comparto culturale di Vicenza: la potenza dei numeri è importante, lui ne fa affluire in ondate a cinque zeri,  ma il nostro compito é verificare se e in quale misura si traducano in vantaggi per il bene pubblico, non quello di battere le mani a comando e trascrivere tutti i giorni un “ooooooooh, che bello” sia pur per un sacro e geniale Van Gogh (che nelle toccanti lettere al fratello Theo scriveva: «Denaro, sì. Ma a che mi serve se devo fare a meno del resto?»). Non vi citerò i fanali accesi, anche qui in solitudine, sul Pus, il Partito Unico Sanitario che, nonostante il benemerito cambio di marcia del governatore leghista Luca Zaia sui project financing, avrebbe voluto perpetuare l’eredità del “sistema Galan” a pochi mesi dal voto regionale. Come, per stare in tema, non vi farò rileggere l’unica analisi (scusate il peccato d’orgoglio) che centra il personaggio, più telegenico che politico, dell’Ale Moretti. Non vi parlerò nemmeno della bella iniziativa messa in campo – era ora! – a Vicenza per finanziare le piccole realtà culturali: un parziale risarcimento per la concentrazione di potere, visibilità e quattrini concessa al de cuius a cinque zeri. E non starò qui neppure a farvi presente quante storie sconosciute, quanta vita sofferta si cela nel Veneto on the road, che mentre sogna l’Expo ha la sua capitale, Venezia, sporca di corruzione (trasversale, ma con le sue punte di lancia a sinistra, nel legame Pd-coop testimoniato da Maltauro).

Quel che vi voglio raccontare oggi è la storia di Anita Bombiero. La mingherlina Anita è una donna veronese di 54 anni, gravemente malata agli occhi e al cuore, che anni fa venne trattata come un sacco di patate dall’Agec (l’azienda scaligera di edilizia popolare i cui ex vertici sono stati condannati qualche giorno fa), che prima la sfrattò, poi le offrì un altro alloggio e per giunta un indennizzo per aver lei pagato in eccesso rispetto al dovuto. Trovato ricovero all’Istituto Don Calabria, nel frattempo la coraggiosa Anita ha fatto il diavolo a quattro denunciando l’atteggiamento, a suo giudizio insensibile verso la sua drammatica condizione, del sindaco Tosi, dell’assessore ai servizi sociali Anna Leso e dell’Agec. Un anno fa, durante la messa di Natale in duomo a Verona, scoppiando a piangere lesse una lettera scritta di suo pugno in cui denunciava: «Il sindaco non mi ha mai voluto ricevere ed ascoltare, così come l’assessore ai servizi sociali Anna Leso, che quando mi vede chiama la Polizia municipale per farmi allontanare. Supplico quotidianamente per iscritto il nuovo presidente di Agec, l’avvocato Galli Righi, il quale recentemente ha dichiarato pubblicamente che Agec mi avrebbe assegnato un’altra abitazione. Agec così ammette di aver illegittimamente tolto ad una cittadina onesta ed invalida la propria casa e vorrebbe darmene un’altra. Qualcuno forse si ricorderà di me e di queste mie parole quando il Signore mi accoglierà tra le sue braccia».

Il 26 novembre scorso gli è stato notificato dal sindaco Tosi il Tso, il trattamento sanitario obbligatorio nel reparto di psichiatria dell’ospedale Borgo Trento. Con ovvio e tremendo contorno di psicofarmarci. Fra i pochi che non si sono scordati il suo caso c’è chi sospetta, come l’ex presidente Agec, Michele Croce, che l’internamento possa essere in qualche modo collegato «alla sua forte sovraesposizione sociale e mediatica, ed alla fierezza con cui aveva sempre avuto il coraggio di denunciare i poteri forti». Non sappiamo se è così. Sappiamo però che l’11 dicembre Anita è uscita a riveder le stelle: il Tso non le è stato rinnovato, tornando ad essere una donna libera. E’ a lei che va l’augurio di un Natale migliore dei Natali passati. Ed un pensiero va a tutte le vittime – ripeto: vittime, non  “sfortunati”, o “deboli”, con quel mellifluo linguaggio tipico delle festilenze – di chi porta la responsabilità della salute e dei diritti della povera gente. Ai morti della Marlane-Marzotto di Praia a Mare in Calabria, per esempio, che nonostante le assoluzioni, morti erano e morti restano (nonostante le famiglie, ricordiamolo, siano state risarcite dall’azienda: il fatto penale non sussiste, ma quello ambientale e sanitario sì). Ai suicidati dalla crisi economica, imprenditori e lavoratori (164 dal gennaio all’ottobre di quest’anno, Veneto in testa con 26 persone che hanno deciso di farla finita, e 402 dal 2012 a oggi: dati Link Lab, Laboratorio di Ricerca Socio-Economica). Alle quasi 120 mila famiglie in miseria in una regione, la nostra, che farebbe bene a non pascersi troppo del suo benemerito volontariato, che non può fare da alibi lava-coscienza per chi crede che, tutto sommato, “stiamo bene”. Anche chi è benestante spesso non sta bene per niente: in giro si vedono tante di quelle facce stressate, che viene da invidiare il fresco immigrato spaesato, povero ma speranzoso, non ancora contagiato dalla nostra vitaccia assediata dall’ansia. Buon ozio.