Palazzo Thiene, l’altra mostra. Tutta vicentina

Chi ancora non sentisse l’impellente necessità di tuffarsi nelle frastornanti notti della Basilica, o di fremere d’ammirazione a Palazzo Chiericati per l’ultimo dei Mohicani (pardon, «il più grande figurativo vivente»), può entrare a Palazzo Thiene, dove una tranquilla atmosfera di famiglia, vagamente salottiera, accoglie il visitatore della mostra “L’Ottocento e il primo Novecento” nella Collezione della Banca Popolare di Vicenza, tradizionale regalo natalizio della Banca ai propri clienti e amici, il pubblico più autenticamente vicentino tra quanti sono soliti frequentare le mostre d’arte nella nostra città.

Curata da Fernando Rigon, l’esposizione offre quest’anno un congruo numero di opere di proprietà dell’istituto: nell’insieme, un documento d’arte e di storia patria minori, di un Paese finalmente unificato ma ancora fragile e pieno di contraddizioni, culturali non meno che sociali. Corrono sulle pareti paesaggi, vedute di città, ritratti. Le firme di rilievo non sono numerose, né sono di particolare impatto le loro opere presenti: ma questa era la pittura amata allora da gran parte della borghesia in costante ascesa. Vi si specchiano infatti le predilezioni di una classe economicamente evoluta, solida e ben pensante, certa del proprio valore e ferma nelle proprie convinzioni, quel buon Terzo Stato insomma che in un breve volgere di tempo andrà ad incanaglirsi nella dittatura.

La banca ne orienta le scelte finanziarie e ne sostiene le iniziative, rappresentandone, oltre che gli interessi, anche i gusti: con qualche maggiore slancio e molta attenzione ai contenuti. Gli artisti illustrano con eguale cura persone e cose, incontaminate bellezze naturali, austeri signori di mezza età, donne eleganti e povera gente. Ecco dunque i bambini scalzi e sommariamente vestiti di Del Torre, che giocano alle bolle di sapone, o il suggestivo interno della Pappa al fogo di Bordignon, dipinto dal cammino difficile, rifiutato dalla Biennale veneziana del 1895 ma assai apprezzato altrove. Oggi vi leggiamo la compassionevole narrazione pittorica della povertà, realizzata da un pennello agile e delicato, ignaro, si direbbe, delle istanze che troveranno forma pregnante in Pellizza da Volpedo.

Ed ecco la bella giovane in posa dolente, di Pietro Roi: un ritratto affascinante, reso impeccabilmente da colori leggeri accarezzati dalla luce, a dar risalto al profilo morbido e alla treccia bionda, lontana discendente di chiome tizianesche. Insieme ai ritratti e ai paesaggi, di terra e di mare, dalle Dolomiti alle spiagge palermitane, sono presenti parecchi scorci di città: così Burci ritrae la sua Firenze nel silenzio, immersa in una luminosità dorata, mentre la vicentina Piazza dei Signori di Ferrari-Ferrarin è colma di persone affaccendate. La migliore sintesi del clima del tempo è offerta dalla tela di Zezzos scelta come logo, Al molo di San Marco, dove signore graziosamente vestite e giovani popolane con i bimbi in braccio sembrano emergere dai riverberi chiari dell’orizzonte marino, mediati da pennellate fluide e soffici, che sciolgono i contrasti e addolciscono abilmente il gioco cromatico.

Andando dai salotti bene arredati alla laguna, dalle marine deserte alle case e capanne di campagna, la rassegna traccia in maniera coinvolgente i sentieri di un passato intimamente legato alla nostra cultura. La mostra apre pagine non prive di significato, pur nella prevedibile eterogeneità di una collezione bancaria, probabilmente mai guidata da precise direttive storico-critiche. Ne documenta i passaggi il raffinato catalogo realizzato su disegno di Giovanni Turria, con introduzione del curatore e saggio conclusivo di Stefania Portinari, che illustra le origini della collezione stessa.