Bendinelli: «Forza Italia non c’é, ora primarie»

Un partito «senza entusiasmo». Un’elezione, nella primavera prossima, «ad altissimo rischio». E un futuro «tutt’altro che roseo se non ci sarà un cambio di rotta rapido e deciso». Davide Bendinelli, dieci anni da sindaco di Garda e assessore in Provincia a Verona, ora consigliere regionale nella squadra di Zaia come assessore al Sociale, parla al Corriere del Veneto di quel che sta accadendo in Forza Italia.

«Con i sondaggi che abbiamo in mano, e viste le recenti performance alle Regionali in Emilia Romagna – spiega Bendinelli – forse il nostro coordinatore, Marco Marin, farebbe meglio a preoccuparsi meno degli equilibri lungo l’asse tra Arcore e Roma e dei buoni rapporti di cui gode con i vertici del partito, per dedicare più tempo al dialogo con i cittadini. Cosa intendiamo fare? Come lo vogliamo fare? Non si riesce a capire». Incalzato sulla possibilità che la Lega superi i voti di Forza Italia Bendinelli risponde preoccupato: «Di fronte all’indubbio successo della Lega in Emilia Romagna e tenuto conto del trend che hanno imboccato dopo le Europee, la preoccupazione c’è ed è tanta. Ma mi fa più paura l’astensionismo che colpisce i nostri elettori. Colpa della cattiva politica e della sfiducia nelle istituzioni».

L’appoggio di Berlusconi alle riforme del governo Renzi non disturba Bendinelli, che considera le riforme come «quelle volute da sempre da Forza Italia». Non vanno giù però le scelte in materia di politica economica, troppo a servizio dei «poteri forti». Ciò che preoccupa di più, in ogni caso, rimane la scarsa capacità attrattiva del partito dopo le vicende personali che hanno coinvolto Berlusconi.

«Non amo stare nella compagnia degli struzzi, quelli che mettono la testa sotto la sabbia. Stiamo pagando le conseguenze di alcune scelte sfortunate, calate dall’alto. E allora ripartiamo dal basso, lasciamo perdere i cerchi magici (…) Il partito ha bisogno di aprirsi, serve più democrazia, più partecipazione, vanno premiati il merito e le capacità. Basta con gli uomini soli al comando». Dunque sì alle primarie, «utili a tutti i livelli, dalla scelta del nuovo leader del centrodestra in giù».