Il libraio Galla: «festival letterari? Inutili»

Intervistato da Stefano Lorenzetto sulle colonne del Giornale di oggi, il libraio Alberto Galla, vicentino di 55 anni, presidente dell’Ali, l’Associazione librai italiani associata alla Confcommercio, e gestore della libreria Galla 1880, una delle poche di tradizione familiare rimaste nel Belpaese (ma anche una Srl in cui dall’anno scorso figura la catena Libraccio), spiega il suo mondo: di chi resiste nonostante le difficoltà di un mercato già difficile di suo com’è quello del libro in Italia. A partire dalle più più bizzarre richieste dai clienti, che vengono registrate in un quadernetto degli orrori: «Mi dà Il fu Matia Bazar di Pirandello?». «Cerco Il castello di Kafka ma non ricordo l’autore». «Vorrei La massoneria delle allodole». «Mi piacerebbe regalare un’opera di madre Teresa Ruta». «Avete Se fosse un uomo?».

Riguardo alla situazione del mercato librario: «Il fatturato cala ogni anno del 5 per cento. Su 60 milioni d’italiani, solo 22 milioni comprano almeno un libro l’anno, 8 milioni ne comprano da uno a due, 10 milioni da 3 a 11 e 2,8 milioni più di 12. Tutti gli altri nemmeno un libro». Festival letterari e saloni del libro a Torino, Mantova, Pordenone, Roma, Modena, Genova? Bocciati. «Manifestazioni autoreferenziali che non fanno vendere una sola copia in più. Servono solo a sfamare chi le organizza. Non basta: queste kermesse drenano i fondi degli sponsor, a cominciare dal Mibac. Tanti soldi. Ma tanti tanti, eh. Mentre le biblioteche non hanno un euro per comprare nuovi libri. E dove non c’è lettura, non c’è mercato». Già meglio i premi letterari: «Il Campiello mi pare il meno sputtanato. Fossi romano, direi lo Strega. (…) Raggiungono l’altra faccia della luna, quella rappresentata dai non lettori».

Per migliorare gli indici di diffusione e vendita si potrebbe, secondo Galla, imitare Madrid: «La Spagna era nelle nostre stesse condizioni, ma il Plan de fomento de la lectura varato dal ministero dell’Educazione ha dato un impulso straordinario alle vendite di libri. Idem la Francia con la legge Lang, che impedisce uno sconto superiore al 5 per cento sul prezzo di copertina. Da noi tutti i governi promettono ma non fanno nulla. Dopo vent’anni di attesa, nel 2011 è arrivata la legge Levi, dal nome di Ricardo Franco Levi, braccio destro di Romano Prodi. Una presa per i fondelli: stabilisce che gli sconti siano contenuti entro il 15 per cento, ma presenta mille falle per aggirarla». Inoltre, ripensare l’approccio scolastico alla lettura: «La superficialità attrae, la sostanza allontana. I ragazzi arrivano in prima media, sono costretti ad affrontare i grandi classici e fuggono a gambe levate dalla lettura. I programmi vanno rivisti».

Sul faticoso mestiere del libraio: «Del 30 per cento delle opere, non va via neanche una copia, si rende conto? Fra gli autori che hanno mercato, più della metà vendono una sola copia. È questo il lavoro del libraio. Più facile fare il ferramenta. Su quell’unica copia, fra l’altro, ti giochi il rapporto con il cliente, il quale viene qui, non la trova e, quando gli proponi di fargliela arrivare in 24 ore, ti risponde “no, grazie” e se la ordina online sul telefonino sotto i tuoi occhi». L’e-book ucciderà il libro di carta? «No, perché un volume fisico è un oggetto perfetto. Non si spegne mai, non perde i dati, accetta le sottolineature, ti lascia fare le orecchie alle pagine».

Quanto alla sua Vicenza, alla domanda su cosa sia rimasto di quella di Goffredo Parise, risponde lapidario: «Niente. Manco il prete bello. Guido Piovene? I giovani non sanno nemmeno che è esistito. Fernando Bandini? Morto. Virgilio Scapin? I suoi romanzi sono esauriti, nessuno li ristampa, neppure la Neri Pozza che ha sede qui e fino a vent’anni fa li pubblicava».