Quando le armi avevano senso. Parola di pacifista

Quando si parla di armi la polemica è sempre dietro l’angolo. L’argomento è sentito. Ci sono le passioni, gli interessi, la cultura, le ragioni di chi contesta. E anche quest’anno l’approssimarsi della kermesse vicentina del settore ha scatenato un putiferio mediatico improvviso. Le prime avvisaglie sono arrivate a metà dicembre quando Daniele Ferrarin, consigliere comunale a Vicenza in quota M5S, ha chiesto al Comune di Vicenza, socio della Fiera berica, di dissociarsi dalla Fiera stessa, colpevole, secondo il consigliere, di dare sponda ad una manifestazione in cui al di là degli stand dedicati alla caccia, il vero «activity core» è quello del commercio delle armi sia per gli utenti finali, sia per i potentissimi acquirenti all’ingrossi, i buyer internazionali, che da anni sono la chiave per un business miliardario che vede l’Italia tra i produttori di armi più all’avanguardia nel mondo. La vicenda ha poi una specificità propriamente veneta perché la kermesse vicentina, secondo molti addetti ai lavori, ha soffiato l’evento agli organizzatori che da anni in provincia di Brescia, la capitale delle armi italiane, hanno tentato un evento che invece a Vicenza pare riuscirà in pieno.

È bastato un non nulla e a stretto giro è arrivata la presa di posizione di Confavi, la potente associazione dei cacciatori veneti guidata da Maria Caretta: «I rappresentanti del Movimento 5 Stelle parrebbero marziani caduti dal cielo per il peso della loro ignoranza o della superficialità delle loro conoscenze… Solo degli extraterrestri possono pensare che la Fiera di Vicenza possa essere gestita da guerrafondai dediti alla promozione di armi da guerra o di distruzione. Hit, la mostra delle armi sportive e da caccia che si terrà anche quest’anno nel mese di febbraio, altro non è se non l’evoluzione di Hunting Show, la fiera della caccia, della pesca e delle attività connesse, che da circa una decina d’anni viene organizzata presso i padiglioni fieristici della Fiera di Vicenza». E poi un’altra botta: «I grillini, attaccando stupidamente questa manifestazione, ignorano forse che l’attività venatoria in Italia rappresenta una importante voce dell’economia del nostro Paese, con un fatturato annuo che supera i due miliardi e mezzo di euro ed una realtà occupazionale che garantisce più di duecentomila posti di lavoro nell’indotto economico e produttivo ad essa collegato». Ferrarin non ci sta e rispedisce le accuse al mittente. Spiega di non avere mai parlato di caccia e accusa Caretta di usare le sue argomentazioni solo in chiave politica vista la vicinanza delle elezioni e la vicinanza della sua associazione al centrodestra.

Ma la cornice del problema è più ampia. Così don Albino Bizzotto, faro dei «Beati costruttori di pace», abbozza una lettura più ampia degli eventi. «Anzitutto – spiega il presule patavino – occorre fare una distinzione tra armi sportive, da caccia, destinate alle forze dell’ordine e quelle da guerra. Perché se c’è qualcuno che decide di sparare ad un piattello o a un bersaglio di cartone non ci fasciamo la testa. Ben diversa invece è la cultura che sottende, o implicitamente o a livello persino subcosciente, alle armi come mezzo di soluzione delle controversie. Io credo – continua don Albino – che ci sia un filo invisibile che lega l’aggressione alle persone o agli animali, nel caso della caccia, all’aggressione che l’umanità in generale, sta portando al creato e alle sue creature». In questo contesto il portavoce dei Beati usa la metafora della attività venatoria, non per parlare della stessa, ma per analizzareil comportamento dell’uomo.

«Proviamo a pensare ai nostri nonni che cacciavano per mera necessità di sussistenza. O ai pellerossa, che prima di uccidere l’animale di cui si sarebbero nutriti lo ringraziavano pregando per gli spiriti che a loro dire garantivano l’equilibrio della natura e dell’uomo con la natura. Ciò che non regge più è il processo di industrializzazione e mercificazione, perfino della morte, che è stato applicato a questi processi che si è esteso a ogni ambito, dalle armi, al consumo del suolo, alla zootecnia e persino ai rapporti umani».