Vescovi veneti: fuori i bilanci

Spero, credo, sono certo che nel leggere l’esemplare inchiesta di Giovanni Viafora sull’impero finanziario e immobiliare della chiesa che è in Padova (Corriere del Veneto, 3 gennaio 2015), nelle sacre stanze della curie venete siano fischiate le orecchie a più d’uno. In modo particolare in quelle della curia vicentina così amabilmente restìa a rendere pubblico il bilancio della diocesi, nonostante sia a conoscenza da tempo degli ammonimenti del beato Antonio Rosmini: «Sarebbe d’incredibile giovamento alla Chiesa stessa che si pubblicasse un rendiconto annuale, perché appaia con una estrema chiarezza a tutto il mondo il ricevuto e lo speso, sicché l’opinione dei fedeli di Dio potesse apporre un attestato di pubblica stima o di biasimo all’impiego di tali rendite (…). No, sicuramente non conviene, non è un bene che la giustizia e la carità, secondo la quale opera la Chiesa nell’amministrazione economica dei suoi beni temporali di qualunque specie, rimanga nascosta sotto il moggio, anzi è più che mai desiderabile che risplenda come fiaccola ardente sul candeliere» (“Delle cinque piaghe della Chiesa”, opera pubblicata nel 1848, ma scritta nel 1832-33).

Lo ripeto con estrema e rosminiana chiarezza: sarebbe di incredibile giovamento se tutte le diocesi venete, patriarcato in testa, tirassero fuori i loro candelieri più belli e nel 2015 provvedessero a rendere pubblici, trasparenti e comprensibili i propri bilanci, anche se nessuna legge umana lo impone loro. Anzi, proprio per questo. E continuassero così, anno dopo anno, in saecula saeculorum. E se qualche errore fosse stato fatto, lo si ammettesse senza clericali ipocrisie e vi si rimediasse al meglio. I fedeli, invece di rimanerne basiti, come è successo a quelli di Padova, ne sarebbero edificati e andrebbero per strada a testa alta, fieri di essere guidati da pastori se non santi da altari, almeno normalmente corretti (e non bisognosi di comperarsi dei Suv Bmw, magari per arrivare più velocemente dagli ultimi, in periferia).

Se poi tutti i vescovi veneti, patriarca in testa, decidessero di abbandonare le loro monumentali residenze, retaggio di tempi di cui non si sente affatto la mancanza, e andassero ad abitare in normali appartamenti, o in seminario (soluzione, questa, la più economica, oltre che la più consona per un vescovo) anche i più increduli toccherebbero con mano che Santa Marta non è stato uno spot caduto tra i rovi, ma un seme accolto con frutto da quel che rimane del fertile terreno veneto.
E se non ora, quando, visto che per Rosmini (non si è beati per nulla!) «ora il Capo invisibile della Chiesa collocò sulla sedia di Pietro un pontefice che par destinato a rinnovare l’età nostra e a dare alla Chiesa quel nuovo impulso che deve spingere per nuove vie ad un corso quanto impreveduto altrettanto meraviglioso e glorioso»? E qui mi fermo, altrimenti  un po’ m’arrabbio.