Galan “coperto” dal Pd, il carteggio Napolitano

La permanenza dell’azzurro Giancarlo Galan alla guida della commissione cultura di Montecitorio sarebbe, sul piano strettamente politico, uno dei principali sigilli di un patto del Nazareno in do minore siglato tra Venezia e Roma. Un patto pensato fra i vertici di Pd, Fi e Lega per evitare una sovraesposizione mediatica sul caso Mose a pochi mesi dalle elezioni comunali nella città di Marco Polo.

La voce, in attesa di conferme ufficiali, gira da settimane a Roma e si sarebbe tramutata in scontento palese da parte della base, soprattutto nell’entourage di Pippo Civati, uno dei leader della fronda democratica contro l’attuale maggioranza di partito capitanata dal premier Matteo Renzi. Tra i più fieri detrattori di questa sorta di patto sottaciuto ci sarebbe Felice Casson, uno dei candidati in pectore alle prossime comunali veneziane. Il quale però pur interpellato per iscritto al momento si limita a smentire la esistenza di dissapori con i vertici del suo partito.

Principale bersaglio degli attacchi tutti interni al Pd ci sarebbe il presidente del partito Matteo Orfini. Recentemente nominato come plenipotenziario romano del movimento per rimettere ordine nelle sezioni romane dopo lo scandalo “Mafia capitale”, Orfini, secondo l’accusa che gli verrebbe da alcuni big del suo partito, avrebbe scientemente evitato ogni attacco alla giugulare di Galan. Per inciso, Orfini è membro della commissione cultura.

In commissione infatti la situazione è in stallo apparente. Galan non si dimette. Il capogruppo azzurro Renato Brunetta lo difende a spada tratta e spiega che ogni richiesta di dimissioni da parte dei forzisti sarebbe una forzatura del dettato della Carta costituzionale. Il M5S non ci sta e denuncia la cosa alla presidente della Camera Laura Boldrini (Sel) e al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Ne nasce un carteggio, che Vvox.it è in grado di pubblicare integralmente, in cui pur con mille distinguo la Boldrini e Giancarlo Montedoro (consigliere di Napolitano per gli affari istituzionali), Costituzione alla mano, danno ragione a Brunetta. Il M5S, però non ci sta ad affrontare la questione in termini di diritto e la mette sul piano etico. Parte così l’attacco del deputato bellunese Federico D’Incà che punta l’indice su quello che descrive come una sorta di minuetto istituzionale sul quale punta lo schioppo ad alzo zero: «Tutte le lettere e le richieste inviate dal MoVimento 5 Stelle hanno avuto risposte negative e simili a delle aspirine per curare una cancrena velenosa che ammorba la vita pubblica dell’Italia».

Parole di fuoco rispetto alle quali D’Incà rincara la dose: «La Presidente della Camera Laura Boldrini, il capogruppo di Forza Italia Renato Brunetta e il capo dello Stato Giorgio Napolitano se ne sono lavati le mani. A nessuno importa la forza dilaniante e distruttiva che un cattivo esempio di questo tipo può portare alle nostre nuove generazioni a cui chiediamo un cambio culturale per migliorare il Paese ma a cui portiamo l’esempio di un Presidente della commissione cultura quale è ancora Galan che è spesso e drammaticamente è in prima pagina per le indagini alla sua persona e agli eventi legati alla corruzione in Veneto. Non si possono nascondere dietro il regolamento o la Costituzione per coprire questa situazione».

E per il Pd la questione sta diventando maledettamente seria. Perché da giorni si sarebbe creato uno schieramento che va da Civati a Casson, da Michele Emiliano a Rosi Bindi, sul punto la pensa esattamente come il M5S. Se a questo si aggiungono le recenti ricostruzioni dei media su una sorta di possibile spartizione degli appetiti in laguna tra il mondo delle coop emiliane e quello delle coop venete, allora si capiscono i timori di un pezzo del Pd per una lista Casson che potrebbe provare a recidere alcuni cordoni ombelicali che da anni in modo trasversale alimentano quel luogo di mezzo che è l’intersezione fra politica, amministrazione, appalti e mondo economico.