«Non mi hanno lasciato commemorare Charlie Hebdo»

Partecipo come spettatore al Cineforum di Breganze, una delle tantissime associazioni italiane che svolge un ruolo di diffusione della cultura, quindi di confronto. Chi vi partecipa è un socio, pertanto soggetto ad uno statuto che prevede l’interazione attiva dei suoi sottoscrittori. È successo a Breganze, piccolo comune in provincia di Vicenza, ma poteva accadere ovunque. Ad un’ora dall’inizio del film settimanale ho telefonato al numero dell’associazione che organizza il Cineforum, per chiedere di riferire al presidente di poter parlare tre minuti al massimo al cospetto dei presenti, prima della proiezione.

Quanto accaduto oggi a Parigi è il primo caso di attentato terroristico in Europa dalla morte di Bin Laden. È accaduto in Francia, ma Parigi e tutte le capitali d’Europa sono la nostra capitale di europei. Parigi è anche il simbolo dell’illuminismo, dell’enciclopedia, del confronto onesto tra pensieri uguali e diametralmente opposti. Questa è la cultura da cui veniamo, in cui cresciamo. Parigi siamo noi. Ho sottolineato brevemente all’interlocutore che una serata di questo tipo non poteva iniziare come se nulla fosse accaduto. L’ho rassicurato del fatto che nessuno si sarebbe dovuto preoccupare di quell’intervento. Avrei parlato di libertà di espressione, di stampa, di critica. E che il cinema stesso è una di queste forme di libertà, e che molti dei registi che negli anni hanno raccontato anche qui una loro storia avevano un passato di esuli, di ricercati, di perseguitati. Ironia della sorte questa sera il film parlava di mafia, l’altro grande male di questa Europa.

Dovevo essere ricontattato in pochi minuti ma così non è stato. Arrivato al cinema ho ritelefonato chiedendo di parlare con il presidente, cosa che mi è stata negata. Ho detto al mio interlocutore che riferisse che avrei chiesto a tutti di alzarsi per un minuto di silenzio, che era il minimo che anche noi presenti potevamo condividere con gli amici francesi, che questa sera riempiono le loro piazze. Ho rassicurato sul fatto che non sono un partito, non sono un giornalista, non sono uno che è contro qualcuno, ma un cittadino e un socio che vuole unirsi ai presenti per tre minuti di riflessione sulla libertà di espressione, con semplicità. Mi è stato risposto che “certe cose vanno discusse prima, che è il direttivo dell’associazione a decidere”. Ho ribattuto allora che “è successo oggi, che certo non potevo chiederlo i giorni precedenti…”. Aggiunsi che qualche volta ci si può fidare, che almeno il presidente stesso poteva introdurre un minuto di raccoglimento. Anche questo è caduto nel silenzio, con la sola risposta che “questo non è il luogo adatto per…”.

Signor presidente del Cineforum di Breganze, mi permetta indirettamente di farle arrivare queste parole, esattamente quelle che avrei condiviso con un consenso di associati, ma che avrei anticipato a lei prima che al pubblico, se avesse cercato quantomeno un contatto telefonico o di persona. Mi auguro che le mie parole servano a farla riflettere, per capire che il mondo non ce l’ha con lei.

«Noi siamo figli del Rinascimento, di una rivoluzione inglese, di una francese, dell’illuminismo e del risorgimento. Siamo figli di errori come le crociate, di mostruosità come i fascismi, la mafia, i campi di concentramento, le armi chimiche e le mine antiuomo. Ma siamo un popolo di popoli, siamo europei, figli della libertà di espressione, delle conquiste scientifiche e tecnologiche. Noi abbiamo dentro il confronto, siamo liberi pensatori che talvolta ignorano comodamente chi è morto o si è battuto per queste libertà. Persino le nostra tolleranza e intolleranza sono figlie di queste conquiste, abbiamo chiaro il concetto di evoluzione, di parità di genere, di diritto civile, di legge uguale per tutti, di diritti umani e abbiamo abolito la schiavitù, anche nei casi in cui siamo in ritardo come nazione.

Siamo nipoti di due guerre mondiali, figli dell’inquinamento e delle stragi, ma abbiamo modelli alti, da Marco Polo a Federico II, dai garibaldini ai partigiani, da Giuseppe Verdi a Federico Fellini fino ai nostri premi Nobel o al mondo del volontariato. Non ultimo avrei chiesto a titolo personale di godere di quel film, perché partecipare, ridere, leggere, conoscere e criticare è lo specchio di quella lunga evoluzione culturale che ci rende europei».

La sua associazione dice che “questo non è il luogo adatto”? Nella nostra Europa le coscienze sono germogliate e fiorite anche nei circoli culturali, nei bar, nei salotti letterari. Quale luogo più adatto quindi per riflettere insieme, per unirsi alle piazze francesi ed europee che questa notte dicono di no al fascismo culturale, no alla negazione della libertà di critica, si al confronto, alla crescita, si alla forza di una comunità. È la nostra stessa Costituzione che lo garantisce, e che lei sia Presidente di una Repubblica, o di una associazione culturale, il suo dovere è anche questo. Ha fatto spegnere le luci in sala, non una battuta, solo il fastidio di un confronto. La parola scomoda è stata da lei bandita, perché forse nel silenzio serpeggiano le paure di ognuno di noi, adulti o bambini.

Non una telefonata per capire meglio. Sono sceso in biglietteria, l’ho vista e ho avuto il piacere di tagliare in due la tessera dell’associazione che lei presiede e mettergliela in mano. Lo farò solo io, ne stia certo, ma sono sollevato che lei possa tenerla in tasca o gettarla. Leggerà il mio nome e si ricorderà di questa spiacevole vicenda. Lei maneggia uno strumento di comunicazione, il cinema, cerca nella prudenza la sfiducia di chi vorrebbe partecipe delle sue attività. Spero che questa sera sarà lieto che qualcuno le abbia detto che lei ha paura, che lei non si interessa della sua Europa. Anche lei, Presidente, è coinvolto quanto me e tutti gli altri europei delle conseguenze di questi attentati. Persino quelli indifferenti dell’accaduto. Le prossime settimane ha in previsione il film di Ermanno Olmi sulla Grande Guerra. Lasci perdere, mi creda, non è il caso. Sono argomenti troppo scomodi per la memoria collettiva. Il rischio è che qualcuno si accorga che esiste la storia. Questa sera lei ha reagito impettendosi, quando mi ha visto scendere dalla scala, di lanciare la battuta di sfida dicendo «bravo, bravo…» come fossi un nemico da combattere.

Tutto qui…? Peccato. Il suo ruolo può aspirare a ben più composite reazioni, a saper mettere la faccia con chi, garbatamente e con spirito partecipativo, cerca di solidarizzare con il suo stesso progetto, con un circolo culturale di paese. Vuole aumentare la forza critica delle persone che invita e poi rifiuta la condivisione di un pensiero, di un’emozione. Auguro ogni bene a lei, ma soprattutto a quanti, nelle azioni piccole o istituzionali perseguono i fondamentali culturali di un continente politico, economico, sociale e culturale. C’è da augurarsi che le generazioni più giovani siano impavide, oltre che gelose, delle secolari conquiste di milioni di pensatori. Ognuno di noi è un germoglio di memoria, pertanto di pace. Al bando il silenzio, almeno fino a quando non è preferibile al chiasso.

Davide Fiore
Cittadino europeo