Libertà stampa, avviso ai parlamentari veneti

La tragedia costata la vita ad una dozzina di persone, quasi tutte firme del settimanale satirico Charlie Hebdo, si è trasformata in una querelle planetaria. Gli ingredienti sono i soliti: Islam sì, Islam no, scontro di civiltà sì, scontro di civiltà no, nuovo 11 settembre sì, nuovo 11 settembre no e via imbecillando. Quello di Parigi, portato a compimento da un commando così ben addestrato da dimenticare la carta d’identità di uno dei presunti killer, in realtà non è un attentato alla civiltà. Bensì uno sfacciato e mortale attacco alla libertà di satira, d’espressione, di stampa, di critica e di cronaca. Non dimentichiamolo: Hebdo è, seppur satirica, una testata a tutti gli effetti.

Ora le giaculatorie francesi, nonché quelle di rimbalzo dall’Italia, ancora più ridicole, si sprecano. I poveri colleghi uccisi, in una con le altre vittime, sono diventati il mito di un Occidente che sul diritto di espressione delle proprie idee, nel qual caso la satira, oggi si scopre intransigente. I giornali francesi, italiani e molti quotidiani europei sono un «gongolaio» quasi unanime in tal senso. Al governo francese, che in queste ore tanto si batte il petto per la libertà di satira, andrebbe ricordata la censura che proprio l’esecutivo d’oltralpe mise in campo contro Dieudonné, il comico ultra-critico verso il sionismo, reso noto dalla sua “quenelle” (il braccio teso all’ingiù che solo la paranoia poteva scambiare per un saluto nazistoide). Evidentemente la satira è bene che sia a targhe alterne. A volte deve essere politically correct. A volte no. Ma la satira è satira. E può essere ironica, garbata, graffiante, violenta, volgare, becera nei confronti di tutto e tutti. Nei confronti della religione cristiana come dell’Islam, nei confronti della Shoah, degli ebrei come del fascismo, verso i partigiani, come verso i comunisti, i gay, le donne, gli uomini, i disabili, le minoranze, le maggioranze, i bambini, i simboli, le forze armate, la patria, il diavolo in persona, l’Altissimo e infine verso sua maestà ultima il denaro e il mercato suo fido scudiero. Non ci sono coni d’ombra per la satira, che può essere solo cattiva o buona, ma che non può essere imbavagliata.

Di contro questo ultimo aspetto riguarda molto anche l’Italia. Basti pensare all’ostracismo e alle iatture che anni fa colpirono a vario titolo personaggi come Beppe Grillo, Daniele Luttazzi, Corrado e Sabina Guzzanti, Forattini e Vauro tanto per citarne alcuni. Ma i riflessi sull’Italia di quanto accaduto in Francia non si esauriscono qui. Se quello di Parigi è, anche, un attentato alla libertà di stampa, lo stesso si può dire della norma in materia di diffamazione recentemente uscita dal Senato. Una norma che oltre a puzzare di bavaglio alla stampa e ai blogger è pure stata peggiorata da un emendamento del M5S, voluto dal senatore vicentino Enrico Cappelletti, che pone condizioni capestro in termini di rettifica e diritto di replica anche alle testate on-line, per antonomasia piccole e sprovviste delle grandi strutture di redazione tipiche delle realtà maggiori, tanto vituperate peraltro dall’ex comico genovese. E se in Francia la censura si abbatte su un periodico a colpi di kalašnikov, da noi si usa il sistema della distorsione della norma in modo da tagliare le unghie al dissenso. Sicché, da questo punto di vista, attentatori e legislatori finiscono per ambire alla stessa finalità: in modo violento i primi, in modo subdolo i secondi. Tanto per fare un esempio veneto per caso qualcuno vuole che si ripetano sentenze tristissime come quella che ha portato alla condanna di Vajont.info perché il blog in un pezzo corrosivo aveva urtato la suscettibilità degli onorevoli Paniz e Scilipoti?

Ora, ai parlamentari, in primis i 75 veneti di cui potete leggere i nomi qui, che in queste ore hanno osannato la libertà di stampa colpita a morte sulle colonne di Hebdo, va lanciata una sfida. Se credete davvero a ciò che la politica dice sui fatti di sangue parigini e se ritenete che la libertà di opinione vada tutelata senza se e senza ma, allora cambiate a Montecitorio l’ignobile norma sulla diffamazione già licenziata a palazzo Madama. Come? Depenalizzando il reato di diffamazione e sancendo una volta per tutte che non può essere punito o chiamato in causa chi (blogger, giornalista o semplice cittadino) riporta o riferisce l’altrui pensiero, anche se aberrante o che usa la satira o l’invettiva verso chicchessia. Attenzione: sarete controllati a vista Metteremo online le vostre foto con la scritta “liberticida”, se necessario In un Paese che ad ogni legislatura annulla un pezzo di falso in bilancio e di frode fiscale, rimangono perennemente in piedi, mummificati ma feroci, i reati d’opinione. Che sono la negazione di una democrazia che si dice “liberale”.