Brodo di coltura imprenditoriale: università, venture capital e immigrati

corriereinnovazione.corriere.it – Prendiamo una nazione abitata tanto quanto il Triveneto (tra sette e otto milioni di persone), ma con un’estensione pari a quella della Puglia, con poche risorse naturali (come l’Italia) e, se non bastasse, con un deserto che si mangia grosso modo la metà del territorio. È mai possibile che in un posto simile nascano più startup di quanto si registra in altri Paesi più grandi e popolati come Giappone, Cina, India, Canada e Regno Unito? La risposta è «Sì!»: è esattamente quel che succede in Israele. Il formidabile meccanismo che ha reso possibile queste performance è descritto nel libro “Start-up Nation: The Story of Israel’s Economic Miracle”, di Dan Senor e Saul Singer.

Questo straordinario risultato si spiega con la presenza di un ecosistema del valore che include le Università (e i loro network Alumni), gli operatori finanziari, le politiche economiche e la relazione con la società civile. Tra le prime 10 Università al mondo per «produzione di imprenditori finanziati da venture capital», 8 sono americane, 1 è indiana e 1 è israeliana (Tel Aviv University). Se la classifica viene estesa fino al 20mo posto, al 18mo si trova un’altra istituzione israeliana: Technion. Come mostrano i dati raccolti dall’OCSE nel 2014, Israele detiene la percentuale più alta al mondo riguardo al rapporto tra investimenti in Venture Capital e Pil. Per intenderci: in Italia questo rapporto è pari a 0,0039, mentre in Israele è lo 0,3, ovvero settantasette volte superiore.

The Economist, inoltre, ha rilevato che Israele ha più startup e venture capital procapite di ogni altro Paese nel mondo. Esiste quindi una stretta connessione la progettualità pubblica (le politiche industriali), le fucine di talenti (Università) e chi investe nelle idee dei nuovi imprenditori (Venture Capital), che nel loro insieme contribuiscono ad alimentare l’orientamento imprenditoriale e l’avvio di iniziative innovative.

Ma c’è un altro fattore che spiega il successo israeliano: è la composizione sociale e più specificatamente l’immigrazione. Da questa prospettiva, esiste una certa connessione tra il lavoro di Senor e Singer e la ricerca di Robert Litan, in cui si sottolinea la centralità dell’immigrazione per riavviare il circolo virtuoso delle startup negli Stati Uniti, che è stata ripresa anche nell’articolo di Paolo Gubitta.

È noto che gli immigrati sono meno avversi ad iniziare nuove iniziative dal nulla e sono quasi per definizione dei risk-takers. Il 90% degli israeliani di religione ebraica sono immigrati o discendenti di immigrati di prima o seconda generazione. Una nazione di immigrati è una nazione di imprenditori. Nella progettazione delle politiche per l’innovazione e le nuove imprese sarà opportuno tenerne conto, perché non sarà sufficiente trattenere qui gli studenti stranieri che trascorrono un periodo nelle nostre Università, ma serviranno azioni più incisive e capaci di attirare immigrati talentuosi.

Giacomo Ghiraldo
“Brodo di coltura imprenditoriale: università, venture capital e immigrati”
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