Romano: con Russia e Iran contro il terrore

Dopo avere pianto i morti e condannato il crimine, questo è il tempo delle decisioni. Se le strategie adottate sinora non hanno impedito l’aggressione di Parigi occorre rifare i conti con la realtà. A una minaccia così evidente e diffusa è necessario rispondere con altri mezzi e programmi. Dobbiamo sapere anzitutto che cosa vogliono i nostri nemici. Distruggere le democrazie occidentali? Uccidere o convertire tutti i fedeli di altre religioni? Strappare Roma al Papa, come sembra essere nelle intenzioni del «califfo» Al Baghdadi? Commetteremmo un errore, a mio avviso, se pensassimo di essere il principale bersaglio dell’Islam jihadista. La vera guerra, oggi, è quella che si combatte all’interno del mondo musulmano.

È la guerra tra una setta fanatica e regimi politici spesso incerti, titubanti, ma tutti più o meno collegati, per ragioni di affinità o convenienza, con l’Europa, gli Stati Uniti e la Russia. È una guerra civile senza quartiere dove le vittime musulmane sono incomparabilmente più numerose di quelle provocate dagli attentati terroristici nelle nostre città. Ed è ulteriormente complicata dall’antico odio fra le due famiglie religiose dell’Islam: sunniti e sciiti.
Si combatte sulle frontiere meridionali della Tunisia, in Cirenaica, nel Sinai, in Siria, nelle province che separano la regione di Baghdad dal Kurdistan iracheno, nello Yemen, nel Caucaso, in Afghanistan, in Pakistan, Somalia, Kenya e Nigeria, con improvvisi focolai che si accendono anche negli Stati musulmani dell’Asia sud-orientale.

La guerra contro l’Occidente, in questo quadro, è un conflitto parallelo diretto contro Paesi che i jihadisti considerano protettori o padroni dei loro odiati fratelli. È utile alla loro causa perché serve anzitutto a dimostrare la vulnerabilità dell’Occidente e la micidiale forza del movimento islamista. Ma il principale obiettivo strategico è il reclutamento di nuovi adepti in comunità musulmane dell’Occidente che vorrebbero trasformare in altrettante quinte colonne. Ogni attentato è un appello alle armi, un bando di concorso. Il vero nemico è altrove.
Se questa è la situazione in cui occorre combattere non abbiamo molte scelte. I nostri amici e alleati sono tutti i Paesi musulmani o cristiani che si battono sullo stesso fronte, sono minacciati dagli stessi nemici e rischiano di soccombere di fronte all’ondata islamista.

Winston Churchill disse un giorno che se Adolf Hitler avesse invaso l’inferno, lui non avrebbe mancato di parlare gentilmente del diavolo alla Camera dei Comuni. Il presidente egiziano Al Sisi, il presidente siriano Al Assad, il presidente russo Putin e il presidente iraniano Rouhani non sono diavoli. Sono alla testa di regimi che noi consideriamo carenti di democrazia, polizieschi e repressivi. Ma conoscono l’Islam meglio di noi, hanno già fatto in passato dolorose esperienze (abbiamo dimenticato ciò che accadde nella scuola di Beslan, nell’Ossezia del nord?) e hanno buone ragioni per battersi affinché il loro Paese non venga continuamente insidiato dall’estremismo sunnita o sia destinato a divenire una provincia del Califfato. Se qualche Paese occidentale fosse disposto a mettere truppe sul terreno potremmo forse fare a meno della loro collaborazione. Ma da quando gli Stati Uniti hanno eliminato questa opzione non abbiamo altra scelta fuor che quella di sostenere con tutti i mezzi di cui disponiamo quelli che sul terreno già ci sono.

Sergio Romano
“Una guerra che non va perduta”
Corriere della Sera
11 gennaio 2015

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