L’era dell’artista-manager

«Alter deus»: per Leon Battista Alberti l’artista è un secondo dio. Perché la pittura è una divina ri-creazione del mondo, e il ritratto è un genere quasi magico: ha il potere di far sentire presenti gli assenti, vicini i lontani, vivi i defunti. Nel mito è l’artista Prometeo — colui che plasma l’uomo con l’argilla — a rubare il fuoco agli dei, ed è l’architetto Dedalo a sfidarne l’autorità.

E quando Gian Lorenzo Bernini tentò di uccidere il proprio fratello, perché lo scoprì amante della sua stessa amante, papa Urbano VIII scrisse che Gian Lorenzo non si poteva punire perché «uomo raro, ingegno sublime e nato per disposizione divina e per gloria di Roma a portar luce a questo secolo ». Né è solo la tradizione occidentale a riconoscere all’artista uno statuto speciale: in una storia tibetana, quando un bramino piange la morte di suo figlio bambino, il dio Brhama ordina di dipingerne un ritratto fedelissimo, perché solo attraverso questo doppio artistico il piccolo potrà resuscitare.

E oggi? Pensiamo ancora che l’arte possa salvarci? Crediamo ancora che gli artisti siano esseri divini, o comunque straordinari, in grado di portare luce al nostro tempo? Pochi giorni fa, lo storico della letteratura William Deriesewicz ha scritto su «The Atlantic» che una simile idea sembra morta, per sempre: il posto del genio divino, imperviamente solitario, appare ora saldamente occupato da una figura radicalmente diversa, quella dell’imprenditore della creatività. Un mago, sì, ma del marketing: capace di creare non opere, ma «esperienze »; non idee, ma «marchi».

Insomma, l’arte «non si rivolge più ad un’opinione pubblica, ma a dei clienti». È innegabile che ciò sia vero. Anzi, questa deriva ne ha innescata una analoga per l’arte del passato, nei confronti della quale siamo sempre più clienti passivi: per esempio attraverso le mega-mostre di cassetta (che in Italia hanno raggiunto l’apice proprio in questi giorni, nella mostra Tuthankamon Caravaggio Van Gogh di Vicenza).

Lo storico Eric Hobsbawm si era espresso in termini assai simili già in una sua conferenza del 1996 (tradotta in La fine della cultura, Rizzoli, 2013): «il nostro concetto tradizionale di arte sta davvero scomparendo» perché l’arte non è più «una serie scollegata di creazioni artistiche personali. Persino l’ haute couture oggi non è più vista come il parco gioco di singoli brillanti stilisti. .. i grandi nomi diventano spot per le multinazionali che operano nel campo dell’ornamento generale del corpo umano… Nel nuovo vocabolario, «creativo» difficilmente indica qualcosa di più di un lavoro non esclusivamente di routine ».

In un tale contesto è ovvio che gli artisti contino sempre di meno. Tra le più influenti figure del mondo dell’arte censite alla fine del 2014 da Art Review, gli artisti si contano sulle dita delle mani, dopo curatori, galleristi, sorelle di emiri e molto altro: e se uno prende la lista dei cento potenti del mondo secondo il Time, trova una sola artista (la settantenne Marina Abramovic, «divinità tutelare delle arti performative »).

Ovviamente sarebbe antistorico contrapporre ad un artista creatore perché libero, un artista ridotto a creativo perché asservito al mercato. Negli ultimi cinquant’anni la storia dell’arte ha concentrato gran parte delle sue energie proprio nell’indagare il ruolo dei mecenati, dei committenti e delle botteghe: così che oggi non guardiamo più a Michelangelo senza vedere anche Giulio II, né Rembrandt ci appare comprensibile al di fuori delle dinamiche economiche dell’Olanda secentesca.

Ma il punto cruciale è che le opere più alte della nostra tradizione sono scaturite dall’ attrito (non di rado violento) tra la libertà degli artisti e le aspettative dei mecenati. Non sbagliava Giuliano Briganti quando, per misurare la grandezza di un artista, si chiedeva se quell’artista «creò per quella società più di quanto essa stessa seppe suggerirgli». Ed è esattamente quel fatidico «più» ciò che sembra mancare oggi.

Già nel 1963 Edgar Wind poteva constatare che «la fatica di comunicare con l’artista spetta al mercante, il quale spesso sopporta il peso di una responsabilità che né il mecenate né il pubblico vogliono ormai assumersi». Questo circuito puramente commerciale elimina del tutto l’attrito con la società, e assimila il rapporto tra artista e pubblico a quello tra Eco e Narciso: lo specchio dell’arte si limita a riflettere senza varianti l’immagine di una società narcisista.

Anche il più apparentemente ‘apocalittico’ tra gli artisti oggi notissimi — il cinese Ai Weiwei, che nella classifica di Art Review occupa il quindicesimo posto — ha un rapporto ambiguo con la sua società: come hanno ben notato Alessandro Dal Lago e Serena Giordano (L’artista e il potere, il Mulino, 2014): «la sua opposizione al regime e il suo talento sono innegabili… ma il denaro è stato capace di costruirgli un’autorevolezza mondiale che il regime… usa a proprio vantaggio».

Né la colpa è solo degli artisti: come scrive ancora Wind, «abbiamo la pretesa che l’artista plasmi la nostra immaginazione, ma dimentichiamo che un artista non può lavorare una materia che non gli offre alcuna resistenza plastica». Se oggi nessuno pensa che Damien Hirst, Maurizio Cattelan o Jeff Koons siano davvero importanti, è perché vivremmo benissimo anche senza le loro opere: chiuse nelle gallerie e nelle case inarrivabili dei super ricchi, e dunque incapaci di suggerire un orizzonte diverso da quello del mercato. Il che non si può dire, paradossalmente, dei grandi cantanti pop: altrettanto consustanziali al mercato, ma capaci di esprimere (o, almeno, di mimare) un ben altro attrito con lo stato delle cose.

Per non dire dei disegnatori satirici, ben altrimenti determinati ad incidere sulle coscienze: come si è appena, tragicamente, visto. Forse solo quando rinascerà una vera arte pubblica, interessata a cambiare il volto delle nostre megalopoli e la vita di coloro che ci vivono, ricominceremo a guardare agli artisti come divini creatori: e non come a simpatici, e irrilevanti, intrattenitori.

Tomaso Montanari
“L’artista manager. Addio genio solitario”
La Repubblica
11 gennaio 2015