Iperconnessi per chattare. Molto meno per lavorare

Le innovazioni tecnologiche pervadono la nostra esperienza quotidiana, mutando i comportamenti e gli stili di vita. Fino a pochi anni fa, viaggiando in treno o in metropolitana, si potevano osservare persone sfogliare un giornale o una rivista o leggere un libro. Oggi sono figure rare. È più facile incontrare chi compulsa lo smartphone o il tablet per leggere un periodico, cercare informazioni o frequentare i social network.

Gli strumenti tecnologici non hanno eliminato, bensì incorporato, trasformandoli, i precedenti sistemi di comunicazione: così il quotidiano, la rivista o il libro assumono una declinazione digitale. Ma non è solo questo. La scelta di una vacanza o di un ristorante, la prenotazione di un viaggio, gli acquisti di beni o servizi, le operazioni di banca e molto altro sono realizzate via Internet e con app specifiche. In tempo reale e da qualsiasi luogo. Al punto che è palpabile l’irritazione, quando non riusciamo a collegarci alla rete, quando è troppo lenta la connessione o non c’è il wi-fi.

Accessi al web  

Come ha rilevato l’ultimo rapporto dell’Istat, aumentano gli accessi al web delle famiglie italiane, diminuiscono i divari fra i gruppi sociali nel possesso dei beni tecnologici, cresce l’uso dell’e-commerce e dei servizi cloud. A ben vedere, l’Italia è ancora al fondo della classifica europea per accesso a Internet (25° posto su 27), ma siamo sempre più immersi nell’utilizzo delle nuove tecnologie della comunicazione. Quali sono, però, le ricadute nei diversi ambiti della nostra vita in virtù del loro utilizzo?

L’indagine LaST (Community Media Research in collaborazione con Intesa Sanpaolo per «La Stampa») ha cercato di affrontare questa dimensione, chiedendo agli italiani di valutare in che modo percepiscano questa presenza, se migliorativa, peggiorativa o ininfluente nella vita quotidiana. E i risultati non appaiono così scontati. In generale si osserva un atteggiamento di disincanto sulle ricadute effettive. Come se la diffusione e praticabilità quotidiana di tali tecnologie avessero, da un lato, fatto dimenticare le condizioni precedenti. E, dall’altro, siano considerate, per certi versi, scontate, fruibili per definizione. Così, per nessuno degli ambiti di vita proposti, la maggioranza degli interpellati intravede nettamente un progresso.

L’unico aspetto che si avvicina alla soglia del 50% è quello delle relazioni sociali personali: il 44,4% avverte un cambiamento positivo. Ma nello stesso tempo è anche quello dove le posizioni sono più polarizzate: il 16,0% considera, invece, che siano peggiorate. Immediatamente dopo troviamo quanti percepiscono alcuni miglioramenti nella vita professionale (32,4%). E, a seguire, appaiate, abbiamo quanti osservano progressi nello snellimento delle pratiche burocratiche (21,0%) e nelle realtà lavorative o di studio (20,7%). Al fondo della classifica annoveriamo la possibilità di confrontare i servizi (14,0%) e di informarsi (10,2%). Quindi, se escludiamo la dimensione delle relazioni sociali, per gli altri ambiti prevale l’opinione che le nuove tecnologie non muteranno sostanzialmente le condizioni della propria vita. Tanto meno il livello di informazione che, paradossalmente, dovrebbe essere uno degli ambiti privilegiati dall’utilizzo degli strumenti tecnologici.

Sommando gli orientamenti, è possibile delineare una misura di sintesi. Emergono così tre aspettative di fondo nei confronti delle ricadute delle nuove tecnologie della comunicazione. Il gruppo prevalente è composto dagli «indifferenti» (68,4%), ovvero da quanti non intravedono particolari cambiamenti. Spiccano fra questi, paradossalmente, le generazioni più giovani, quanti sono attivi nel mondo del lavoro e gli studenti, chi ha una laurea ed è iperconnesso. In altri termini è come se i «nativi digitali» e gli utilizzatori intensivi del web fossero già avvezzi a questi strumenti e percepissero simili tecnologie come una strumentazione di base, che è già parte della loro vita.

La sfera personale  

Il secondo gruppo è degli «entusiasti» (30,0%), formato da coloro che avvertono in quasi tutti gli ambiti miglioramenti. È interessante osservare come questo profilo sia particolarmente diffuso presso la popolazione più anziana, con un basso titolo di studio e fra quanti utilizzano la rete per motivi personali e non per lavoro. Dunque, se le nuove tecnologie costituiscono una scoperta (perché in precedenza non esistevano o non si utilizzavano), maggiore è la possibilità di cogliere i cambiamenti positivi. Infine, marginale è il gruppo dei «pessimisti» (1,6%), coloro che individuano solo peggioramenti nell’introduzione delle nuove tecnologie.

Ma vi è, infine, un altro aspetto che simili esiti mettono in evidenza. L’impatto migliorativo delle nuove tecnologie della comunicazione, quanto meno nella percezione di larga parte degli interpellati, si ferma al loro utilizzo all’interno della sfera personale, delle proprie relazioni: l’utilizzo dei social network come cifra di un modo nuovo di comunicare. Ma non ha (almeno ancora) un impatto di sistema: nell’ambito lavorativo o dello studio, nella propria professione, nel rapporto con la pubblica amministrazione o nell’utilizzo servizi. E allora il terzultimo posto che il nostro Paese occupa nella graduatoria europea ci fa intuire quanta strada (digitale) dobbiamo ancora percorrere, perché possiamo realmente percepire i vantaggi indotti dalle nuove tecnologie della comunicazione.

Daniele Marini
“Iperconnessi per chattare, molto meno per lavorare”
www.lastampa.it
12 gennaio 2015

 

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