Goldin e il pappagallo Laverdure

Non recensirò la mostra organizzata da Marco Goldin in Basilica. Gli amici interessati alle mie opinioni già le conoscono: gli altri, gli eventuali lettori, non so neppure se esistano. Desidero tuttavia aggiungere qualche nota a quanto espresso dalle molte lettere apparse sulla stampa locale a proposito di questo strombazzatissimo “delirante carrozzone”, dove si è sperimentato l’insolito connubio tra “la maionese e la torta di fragole”, per citare Lionello Puppi e Philippe Daverio, i quali hanno con precisione lapidaria definito la mostra di Goldin per ciò che in effetti è e rappresenta, purtroppo al di là di opere interessanti che ne fanno parte.

La firma del professor Puppi ha perfettamente suggellato le autorevoli lettere di critica alla mostra. Superfuo dire che ne condivido le ragioni e il senso. Rispetto comunque le opinioni favorevoli all’esposizione, sebbene mi abbia assai infastidita la taccia di “professoroni” o “intolleranti”, attribuita da alcuni a chi ha il demerito d’essere persona di valore, insegnante, storico, poeta o soltanto pensatore.
L’aspetto che anche in questo occasione mi ha particolarmente, e negativamante, colpita, è però la falsamente ingenua supponenza che anima le dichiarazioni delle varie autorità costituite, responsabili dei piani di sviluppo culturale della nostra città, la bella addormentata sbaciucchiata da improbabili principi, il cui sonno va loro invece benissimo, tanto da approfittarne gioiosamente.

Davvero costoro pensano d’essere credibili, quando si adoperano ad ammannirci il succoso racconto del loro impegno a favore della bellezza e della cultura di Vicenza, amministrata per noi con tanta solerzia e strabilianti risultati? Chiedo perdono, non ricordo con esattezza gli ingredienti di tali ricchi piatti: è forse il completato restauro del Museo civico di Palazzo Chiericati, con le sale arredate nel miglior modo; oppure è la storica mostra dedicata a Bartolomeo Montagna; o ancora la felice (!!!) destinazione finale dei rinnovati spazi dell’ex macello comunale e delle vecchie carceri di contrà San Biagio?

Certi principi non amano dedicarsi all’esercizio del loro più elementare dovere, quello di sollevare lo sguardo dal proprio ombelico e tentar di scrutare l’orizzonte oltre l’interesse del momento. Preferiscono rimestare nel pentolone delle ovvietà, per raccontare favole, frottole, perseguendo finalità pseudo-culturali che appaiono prive di una seria intelligenza politica delle cose. E infine disturbano l’eterna ombra di Platone per asseverare di tutto un po’, nella certezza che i media vorranno distillare ogni nettare dalle loro parole.

Confesso che il tempo ha appannato in me l’agostiniana capacità di sdegno cui fa cenno l’amica Giovanna Dalla Pozza. Così, in tutta umiltà, sempre più spesso sento semplicemente la mancanza di uno straordinario censore: il pappagallo Laverdure. Qualcuno ricorda  l’ameno pennuto creato da Queneau, che dall’alto del suo trespolo andava chiosando ininterrottamente  “chiacchieri, chiacchieri, non sai far altro”.