Popolari Spa, rendite di posizione addio

Alzi la mano chi crede sul serio che la riforma delle banche popolari non andrà in porto, nonostante le barricate erette a caldo dall’associazione che le raggruppa a nome delle dieci interessate, quelle sopra gli 8 miliardi di attivo. Fin dal nome, il decreto del governo Renzi tradisce la sua natura europea: “Investment Compact”, con chiara analogia al più famoso Fiscal Compact che ha sottratto la sovranità della finanze pubbliche agli Stati per trasferirla, di fatto, a Bruxelles (e a Francoforte, sede della Bce). Abbiamo voluto l’Europa della moneta unica, del pareggio di bilancio e della vigilanza centralizzata? Non c’erano forse stati gli accordi di Basilea che via via hanno reso sovranazionali gli obblighi per gli istituti di credito? Era naturale, nella logica dell’unificazione, che anche in ambito bancario il governo continentale pretendesse l’uniformità in nome del mercato, unica regola e bussola della Banca Centrale Europea. Il diktat di Renzi é in realtà la fisiologica conseguenza di un processo già avviato su vasta scala. Per far circolare i capitali, ovvero – questa la verità – aprire agli acquisti di private equity e banche internazionali l’ultimo baluardo di capitalismo territoriale quali sono le popolari, era necessario abolirne lo status cooperativo, trasformandole in Spa e sostituendo il voto capitario (una testa, un voto) con la maggioranza dei pacchetti azionari (chi ha più azioni detiene il controllo). Non per niente negli ultimi giorni a reagire entusiasticamente sono stati i famosi “mercati”, la finanza senza confini.

Perdita di identità locale, rischio di saccheggio straniero, rischio di inedia per piccole e medie imprese e famiglie che parlavano a tu per tu con la banca sotto casa: le critiche piovute in questi giorni sono ineccepibili, ma dal punto di vista di un sistema bancario morituro, legato a territori circoscritti e nel quadro di legislazioni protettivamente nazionali, che per un verso non esiste più già di fatto (le dimensioni sono aumentate, l’internazionalizzazione é in parte avvenuta, pensate alle bandierine in giro per il mondo della Popolare vicentina o di Veneto Banca, ad esempio), e che per un altro verso non ha proprio più senso, una volta scelta la strada del mercato unico creditizio. Chi si straccia le vesti adesso, sia banchieri che politici, sono gli stessi che hanno tessuto le lodi dell’Europa fino a ieri. L’abbiamo voluta, l’Europa? Ora ce la cucchiamo.

Ma, posto che la riforma sia un male, come sempre c’è il risvolto positivo per i clienti: le soglie di capitalizzazione saranno più controllabili, niente più giochi di prestigio, e soprattutto basta con le rendite di posizione e le assemblee di soci di sapore clientelare, familistico e nepotistico. Quanto alle tre popolari non quotate, Banca Popolare di Vicenza, Veneto Banca e Banca Popolare di Bari, è la fine dell’auto-attribuzione di valore delle azioni. Insomma, è il mercato, bellezza. Fa specie che anche qualche liberista, come l’avvocato Massimo Malvestio, parli di provvedimento socialista (Venezie Post, 22/1): certo, è dettato dall’alto, tra l’altro rischiando l’incostituzionalità, e l’averlo infilata di soppiatto in concomitanza con l’inizione di liquidità della Bce ne rende benissimo il valore di omaggio a Draghi, ma non si sta forse procedendo al passo del capitalismo più puro, che così si chiama perché a contare è il capitale e sopra ogni cosa il capitale, con la sua interna dinamica quantitativa (più capitale, più potere)?

Simpatico, inoltre, che il presidente della BpVi, Gianni Zonin, da un lato difenda il retaggio anti-europeista del passato cooperativo (si capisce: è grazie ad esso che é a capo della banca ininterrottamente dal 1996), e dall’altro rivendichi come un residuato da Anni Trenta la separazione fra banca commerciale e banca finanziaria: è proprio il loro indistinguibile mix che ha dato il via a quelle gigantesche speculazioni a cui dobbiamo la crisi del 2008, che stiamo pagando ancora adesso. E’ un nervosismo che malcela il timore di perdere il bastone del comando: mutata in spa, la BpVi diventa scalabile, e il suo quasi ventennale regno potrebbe volgere al termine nel giro di 18 mesi. Altro che “polo nazionale”, come si sognava fino ad un anno fa appena.

A sottolinearlo impietosamente è stato Johannes Schneebacher, direttore della popolare altoatesina Volksbank, che attraverso l’imminente fusione con la Popolare di Marostica sarà l’undicesima banca coinvolta: «Consideriamo la legge una sfida e non una penalizzazione. A differenza di altre banche molto critiche, forse perché hanno vertici anziani legati a vecchie visioni» (Corriere del Veneto, 22 gennaio 2015). Veneto Banca, da parte sua, ha quanto meno quasi completamente rinnovato il vertice da nemmeno un anno, con un nuovo presidente, Francesco Favotto, mantenendo l’ex amministratore delegato, Vincenzo Consoli, nel ruolo di direttore generale. Mentre il Banco Popolare di Verona è guidato da quasi un quindincennio dal conte Carlo Fratta Pasini. Se i piccoli azionisti vendessero (oggi molti lamentano di trovare ostacoli insormontabili da parte delle banche venete) e al loro posto si facessero avanti soggetti esteri o di peso almeno nazionale, per gli ovattati equilibri degli industriali locali seduti nei board potrebbe esserci qualche amara sorpresa. Il presidente di Confindustria Vicenza, Pippo Zigliotto, che siede nel cda Bpvi assieme al suo omologo regionale Roberto Zuccato, in una nota lo ammette onestamente: «rischieremo di perdere le cabine di comando del credito».

La battaglia ora passa in parlamento, dove il decreto governativo dovrà essere convertito in legge, e dunque dovrà passare le forche caudine del lobbying. Le non quotate potrebbero alleviare la botta cercando di ottenere più gradualità, ma sanno benissimo, nonostante tutti gli strepiti, che il loro destino é segnato. In un’ottica di efficienza tecnocratica europea, era ovvio che prima o poi sarebbe andata a finire così. E quindi meglio prepararsi. La parola sempre a Zigliotto: «dobbiamo scegliere se subirlo o esserne registi. L’istinto potrebbe essere quello di fare le barricate, ma sarebbe una scelta perdente».