VicenzaOro January, l’ignavia degli scontenti

Padre Dante nel terzo Canto dell’Inferno condanna gli ignavi, i vigliacchi che si adeguano alla legge del più forte, a girare nudi inseguendo un’insegna che cambia posizione a velocità supersonica martoriati da vespe e mosconi, col sangue che cola, mescolato alla lacrime, succhiato da vermi schifosi. Di color “che mai non fur vivi” ce n’erano una sfilza, nell’edizione di Vicenza Oro chiusasi ieri alla Fiera del capoluogo berico. Orafi vicentini e aretini che in privato, anche coi giornalisti, si sfogano lamentandosi di problemi che li hanno fatti letteralmente imbufalire, ma guai a parlarne on the record, mettendoci la faccia, il nome e il cognome.

Arrabbiati, arrabbiatissimi, lo erano e lo sono eccome. Per l’allestimento degli stand finito all’ultimo minuto, la mattina stessa dell’apertura venerdì 23 gennaio (nella foto, l’ingresso fotografato all’incirca alle 8). Per la decisione di far adottare alle aziende non i propri stand, ma quelli voluti dalla Fiera. Per la collocazione stessa, che ha scontentato più di qualcuno. Per l’alto prezzo degli stand, idem. Per la suddivisione in ambiti merceologici simili, che metteva concorrenti diretti fianco a fianco.

Un malcontento attutito solo dal viavai, che è stato ragguardevole (anche se i numeri saranno da valutare nell’arco di tutto l’anno economico). Ma un malcontento che c’è stato, eccome se c’è stato. Eppure i cuor di leone si son fatti agnellini, pur sapendo che così si mettono nella condizione di dover subìre. Uno – uno solo – il coraggio l’ha avuto: l’aretino Gabriele Veneri ha fatto presente alla stampa della sua regione ciò che abbiamo scritto qui sopra. Ma lui è aretino, è uno che parla “da omo a omo”, come si dice dalle sue parti. Onore a lui. Qui anche i suoi conterranei hanno assunto la forma mentis di certi colleghi vicentini: la morale del gregge (ma anche qui da noi qualche eccezione c’é, e Veneto Vox non ha mancato di darle voce). Perciò lo diciamo fuori dai denti: se le meritano tutte, le rogne. O almeno che non ne facessero una lagna da bisbiglio, e avessero il buon gusto di grattarsele in silenzio.