Vicenza, a 18 anni trans per un giorno

Lo scorso mese a Vicenza è andato in scena un esperimento sociologico promosso da Arcigay Giovani. Alcuni attivisti hanno provato a calarsi nei panni di giovani transessuali per registrare le reazioni delle persone, per strada e a scuola. Tra questi, c’è Nicola Noro, iscritto all’ultimo anno di liceo linguistico.

Nicola, tu hai 18 anni, sei molto giovane. Quando hai capito di essere omosessuale?
Me ne sono accorto a 15 anni. Dopodiché per accettarlo ci è voluto un altro annetto. All’inizio rendersene conto e poi accettare se stessi non è una cosa facile.

Nella tua esperienza di vita ti è capitato di sentirti discriminato?
Non ho mai subito aggressioni fisiche, ma un minimo di discriminazione c’è sempre. Si nota ad esempio quando le persone che non ti conoscono, una volta venute a sapere della tua sessualità, iniziano a trattarti in modo diverso.

Come è nato questo “esperimento sociologico”?
Il 20 novembre, giornata contro la trans-fobia, alla presidentessa del gruppo Arcigay Giovani è venuta l’idea di vivere qualche giorno immedesimandosi in una persona transessuale. Alla fine abbiamo accettato in tre. Gli obbiettivi erano due. Il primo più personale: io e gli altri ragazzi volevamo capire cosa provano le transessuali, a quali discriminazioni vanno incontro e il percorso che devono fare nel momento in cui rivelano a famiglia e amici la propria transessualità. Il secondo obbiettivo era sensibilizzare le persone che incontravamo per strada, ma anche amici e parenti, facendo conoscere questa realtà.

Perché personalmente hai accettato di partecipare?
Se sono un attivista è perché voglio aiutare altre persone con problemi simili ai miei. Ma oltre alla volontà di sensibilizzare è stata una scelta motivata da curiosità personale.

Ci metto un po’ di malizia: c’è anche una vena di esibizionismo alla base di questa scelta?
Da parte mia no. In verità sono una persona molto schiva.

Come ti aspettavi che sarebbe andata nei panni di Arianna?
In realtà mi aspettavo più discriminazione di quella che ho dovuto affrontare. Quindi da questo punto di vista sono contento. Sapevo che sarebbe stata un’esperienza dura, però devo dire che è andata bene. Almeno per me. L’altro ragazzo che ha preso parte all’esperimento ha ricevuto diversi insulti.

E come è andata effettivamente?
Tutto è partito un sabato sera. Dovevo trovarmi a un bar con degli amici e ovviamente non avevo avvertito nessuno. Avvicinandomi al bar la prima esperienza “negativa” è stato un signore sui quarant’anni che ha provato ad abbordarmi, perché da lontano mi aveva scambiato per una ragazza. Quando poi si è accorto che in realtà ero una transessuale se ne è andato.

Questo però fa parte del gioco: non è il classico qui pro quo per chi è transessuale?
Sì è vero, ma è il modo in cui si è rapportato, chiamandomi con fare di superiorità. “Io in quanto uomo sono superiore a te che sei donna e per questo posso trattarti male”. In effetti, più che omofobia è sessismo.

E a scuola com’è andata?
Sia quando entravo a scuola sia quando salivo in autobus calava il silenzio, tutti mi guardavano…c’era imbarazzo. Nessuno però ha avuto il coraggio di dirmi le cose in faccia, i commenti erano sempre alle spalle. Tuttavia, anche se non riuscivo a sentire cosa si dicevano, ho colto i mormorii e le occhiatacce.

Gli insegnanti come si comportavano?
I professori erano stati avvertiti dal preside, che aveva avallato l’iniziativa, quindi erano già preparati. C’è stata un po’ di difficoltà da parte loro, perché io avevo chiesto di essere chiamato con il mio nome da donna, “Arianna”, e che si rivolgessero a me come a una ragazza. Però in pochi l’hanno fatto. Lo prendevano più come un gioco e forse questa è una forma di discriminazione con cui vengono a contatto anche i veri ragazzi transessuali, che quando si presentano come persone del sesso opposto si vedono rifiutare la richiesta di essere trattati come tali.

Secondo te tra quelli che ti sfottevano c’erano anche dei gay repressi o non dichiarati?
Sicuramente c’è questa componente. Io stesso prima di realizzare di essere gay e di accettarlo ero “omofobo”. Facevo commenti sui gay o li schernivo per difendere me stesso. Pensavo: “se faccio capire di essere contro l’omosessualità, la gente non penserà che io sia gay”. E così probabilmente pensano in molti.

Cosa vorresti dire da Nicola a quelli che ti hanno deriso o insultato come Arianna?
Di cercare di aprire la propria mente e capire che quella dell’eterosessualità non è l’unica realtà. Esistono gay, lesbiche, bisessuali, transessuali… Bisogna accettare questa cosa, o almeno tollerarla: “non sono d’accordo, ma non discrimino”.

In definitiva, dopo questa esperienza, i vicentini sono gay friendly?
Dipende. A Vicenza esiste il registro delle unioni civili, che è un passo avanti rispetto ad altre città. A livello di mentalità, invece non molto. Ci sono città molto più “libere” come ad esempio Padova, per restare in Veneto.

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