Leoni Montanari, vera cultura (bistrattata)

Si è chiusa a fine gennaio la mostra “Il colore come forma plastica”, organizzata a Palazzo Leoni Montanari a Vicenza per la cura di Francesco Tedeschi, all’interno del programma Progetto Cultura delle Gallerie d’Italia, il polo museale facente capo a Intesa Sanpaolo: un’iniziativa meritevole di attenzione, per la qualità delle opere esposte e la puntualità dell’analisi compiuta sugli artisti che hanno dato vita ai grandi movimenti della pittura italiana del XX secolo, dall’astrazione di Balla alle ricerche, nel secondo dopoguerra, di personalità incisive quali Tancredi, Dorazio, Turcato e numerosi altri, che ancora sono a fondamento di molta pittura dei nostri giorni.

La mostra è però passata quasi inosservata a Vicenza. Probabilmente a causa di un supporto pubblicitario molto modesto, ligio ai principi di spending review che stanno gravemente ferendo le attività culturali del nostro Paese, si è contato un numero limitato di visitatori. Purtroppo si è così in parte perduta una buona occasione, interessante non soltanto sotto il profilo storico-critico generale, ma anche quale fonte di riflessione sulla Vicenza del recente passato e soprattutto sulla straordinaria provincia vicentina di quel tempo.

Esiste infatti uno speciale legame tra alcuni degli artisti presenti nell’esposizione, firme autorevoli del panorama artistico italiano del secondo novecento, e un angolo del nostro territorio, la Valle dell’Agno. Qui, dopo i Premi Marzotto e l’istituzione della Galleria civica di Valdagno, a partire dal 1968 si è andata realizzando per qualche decennio un’eccezionale catena di eventi d’arte. Sono gli anni dei Premi Trissino, quando un paese più vicino ai confini che al cuore della provincia diviene punto d’incontro tra il sentiero di educazione del gusto, iniziato con le lezioni dell’Istituto Tessile e della Scuola di Pittura di Valdagno, e le molte strade della pittura nuova, destinata a sconvolgere  totalmente ogni criterio e metodo espressivo.

Rette da amministratori illuminati e perseveranti, Valdagno e Trissino fervono di aspettative, speranze e istanze, di un autentico impegno culturale, volto ad aprire una finestra sull’impervio mondo dell’arte contemporanea: per guardare vicino e lontano, dai giovani autori locali agli artisti di fama, Virgilio Guidi, Piero Dorazio, Aligi Sassu, Achille Perilli, Emilio Scanavino, Luigi Veronesi,  per citarne pochi alla rinfusa.

Nella mostra vicentina si sono ammirate le opere di Piero Dorazio, Claudio Olivieri, Valentino Vago, Vittorio Matino: essi sono stati parte viva dei progetti nati allora in quella particolare temperie, intessendo con sincero entusiasmo vicende esemplari e irripetute, insieme ad un altrettanto giovane ed entusiasta Giuliano Menato, curatore dell’impresa. Infine il nome di Guido Strazza, in esposizione con un assai suggestivo dipinto, si lega a Vicenza nel 2005, con una ricca personale negli spazi ora scomparsi del LAMeC, in Basilica.

Queste note possono apparire dettagli, sfumature: ma anche di semplici riferimenti si nutre, come ogni storia, quella dell’arte a Vicenza. La scarsa affluenza alla mostra non ne ha consentito la debita considerazione, impoverendo nel contempo l’interazione con la città auspicata nel programma di Palazzo Leoni Montanari.
Certi risparmi non favoriscono le iniziative valide. Altrove, invece, si spendono a piene mani cospicue risorse a sostegno di operazioni di valore discutibile, ospitate in luoghi museali in perenne fase di restauro, con finalità contrastanti con quanto previsto esplicitamente dalle norme statutarie degli stessi.