Euro e grandi opere: «io tifo per Angela»

Mose, Tav, Ttip, Tbtf, Qe, Euro. Cos’hanno in comune queste sigle? Sono sei vasi comunicanti di bugie che danneggiano la collettività, i consumatori e la piccola e media impresa. Di Mose e Tav, grazie ai giudici e grazie allo splendido lavoro di Erasmo Venosi su Vvox, conosciamo il significato e sappiamo che sono bufale. La bufala del Qe (Quantitative Easing) la vedremo più avanti. Sull’Euro mi sono già espresso.  Ttip significa: Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Transatlantic Trade and Investment Partnership), praticamente l’assassinio della nostra piccola e media impresa e del Made in Italy, soprattutto alimentare; sebbene continuino a vendercela per il contrario. Tbtf significa Too Big To Fail: in pratica, le banche più sono grosse meno possono fallire. In altre parole, gli errori delle banche le devono pagare i cittadini; anche questo è un film già visto. L’importante è  capire che siamo in piena disinformazione mediatica, che Ttip, Tbtf, Qe ed Euro, non sono scollegati tra loro, ma sono strumenti di un identico sistema: il “killeraggio” della democrazia e la cancellazione della libertà d’iniziativa. Le vongole, le mele (che i nostri agricoltori non raccolgono perché non conviene) o il nostro latte,  sono i primi sintomi di questo ritorno al medio evo. Mose e Tav sono i sottoprodotti di quel sistema.

Quali sono le relazioni tra queste sigla e l’Angela europeista, ma non europea? Possiamo ipotizzare che  l’Europa a guida tedesca è retta dal principio di Goebbels: basta ripetere abbastanza una bugia perché diventi una verità. Attenzione, Angela non è né nazista, né cattiva, è solamente brava; peccato che non sia nata in Italia. L’Angela europeista ha fatto credere, con la complicità di chi sapeva ed è stato zitto, che gli interessi della Germania fossero gli interessi dell’Europa. Ripeto: lei non è cattiva, ha fatto solo gli interessi della sua nazione. Brava Angela. Testicoli vaganti gli altri. Quindi smettiamola una volta per tutte con l’Angela cattiva, togliamoci il cappello davanti ad una politica di razza, che si prepara a invadere i mercati con la vaselina tedesca.

Torniamo alle bugie, alle sei sopra citate bisogna aggiungere la madre di tutte le bugie:  il problema del debito pubblico. Intendiamoci, un debito fuori controllo non è una bella cosa, ma non è l’origine della crisi. Partiamo dai dati del 2008, anno orribile. Se il problema fosse stato quello del debito, dal 2008 la crisi avrebbe colpito prima la Grecia (debito al 110% del Pil), e poi Italia (106%), Belgio (89%), Francia (67%) e Germania (66%). Tutti sopra la famosa quota 60% di Maastricht (altra bufala). Ricordiamoci che  nessun economista ha mai asserito, prima del trattato di Maastricht, che la sostenibilità di un’unione monetaria richieda il rispetto di soglie sul debito pubblico (il famoso 60%). Gli altri Paesi dell’eurozona avevano debiti pubblici inferiori.  Nel 2008, però, la crisi scoppiò prima in Irlanda (debito pubblico al 44% del Pil), in Spagna (40%), in Portogallo (65%), e solo dopo in Grecia e in Italia. Come mai? Già nel 2006 la Bce indicava che in Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna l’inflazione non stava convergendo verso quella dei paesi “virtuosi” (cioè Germania, Francia, Belgio, ecc.), e questo sì che era un problema: gli economisti sanno da tempo che tassi di inflazione non uniformi, in un’unione monetaria, conducono a crisi di debito estero (prevalentemente privato). Mi raccomando ricordiamoci: debito privato non pubblico. Non il debito pubblico ma il differenziale d’inflazione è il problema.  Infatti i paesi che sono andati in crisi avevano un debito privato estero elevato, generato appunto dal differenziale d’inflazione.

Come ho già detto, se in un Paese i prezzi crescono più in fretta (inflazione più alta) che nei Paesi suoi partner, questo Paese esporta sempre meno, e importa sempre più, andando in deficit di bilancia dei pagamenti. La valuta del Paese, necessaria per acquistare i beni prodotti in quel Paese, è meno richiesta e il suo prezzo scende, cioè si svaluta: in questo modo i suoi beni ridiventano convenienti, e lo squilibrio si allevia. Effetti uguali e contrari si producono nei Paesi in surplus, la cui valuta diventa scarsa e si apprezza. Ma se questo Paese è legato ai suoi partner da un’unione monetaria, il prezzo della valuta non può ristabilire l’equilibrio esterno, e quindi le soluzioni sono due: o deflaziona, cioè riduce i prezzi, che in regime di cambi fissi significa ridurre i salari, o i suoi partner in surplus inflazionano.

Nella visione keynesiana i due meccanismi sono complementari: ci si deve venire incontro, perché surplus e deficit sono due facce della stessa medaglia (non puoi essere in surplus se nessuno è in deficit). Ma la visione mercantilista dell’Euro è asimmetrica: l’unica inflazione buona è quella nulla, i paesi in surplus sono “buoni”, quindi non devono inflazionare, e sono i “cattivi” in deficit a dover deflazionare, convergendo verso i buoni. I Paesi a inflazione più alta sono anche quelli che hanno accumulato più debito estero dal 1999 al 2007: Grecia (+78 punti di Pil), Portogallo (+67), Irlanda (+65) e Spagna (+62). Vediamo come la Grecia si trovi ad avere due problemi: il problema del debito (che è un problema soprattutto per Maastricht) ed un problema di debito estero che è un aspetto fisiologico, se temporaneo, nel commercio tra nazioni, ma che la rigidità del cambio, Euro, trasforma in permanente, e questo è un vero problema. Quindi nei paesi con più inflazione le entrate da esportazioni diminuiscono e ci si indebita con l’estero per finanziare le proprie importazioni. Con il debito crescono gli interessi, e si entra nella spirale: ci si indebita con l’estero per pagare gli interessi all’estero, aumenta lo spread e scatta la crisi.

A questo punto avviene il meccanismo della socializzazione delle perdite, gli Stati intervengono con il debito pubblico per sanare il debito privato, voilà! Il gioco è fatto la colpa è del debito pubblico. Se andiamo a leggerci i dati di Eurostat, prima della socializzazione delle perdite greche, le banche tedesche e francesi erano le più esposte con la Grecia, infatti i due paesi avevano venduto a credito ai greci, ma invece di chiedere i soldi ai greci, gli hanno chiesti agli europei con il meccanismo del salva stati, così i contribuenti italiani hanno salvato le imprudenti banche tedesche e francesi che avevano venduto in modo avventato. Quindi non abbiamo salvato la Grecia, ma abbiamo salvato le banche tedesche e francesi.

Come ha giustamente osservato Merryn Somerset Webb, direttrice di MoneyWeek, c’è un difetto di informazione. La stampa tedesca continua a ripetere che il contribuente tedesco “paga” per la sua permanenza nell’eurozona, senza che la Germania ne riceva benefici. In realtà, sotto moltissime forme , sono gli europei che pagano perché gli industriali tedeschi possano godere di un cambio sottovalutato. Ma siccome si è scelto – nei paesi “forti” come in quelli “deboli” – di nascondere la verità, è difficile trovare una soluzione pacifica e razionale alla crisi. Non tragga in inganno l’attuale svalutazione dell’euro, i rapporti di cambio tra Germania e gli altri paesi dell’area euro, rimangono ancora favorevoli alla Germania, l’interscambio tra i paesi europei è elevato, noi siamo il secondo mercato automobilistico per la Germania. Ma questo, ritornando a quanto detto all’inizio, non è colpa dei tedeschi , ma degli altri, che sono, permettetemi un venetismo, dei “mone”.

La rigidità dell’Euro in presenza di differenziali d’inflazione tra i vari paesi,  permette a Paesi come la Germania, che in questi anni hanno ridotto il salario reale con le loro riforme (chi non crede può andare a vedere i dati Eurostat  o Fmi) di accumulare surplus commerciali, quindi se la Germania non inflaziona, non può ristabilirsi l’equilibrio, quindi la crisi nei paesi più deboli, dove i cittadini devono pagare gli errori perché il sistema bancario è Tbtf, con riduzione dei salari e deflazione. Il pranzo è servito.

Per chi non crede che la causa del problema sia il differenziale d’inflazione e la rigidità dl cambio, e non il debito pubblico, propongo questa semplice riflessione, da veneto “imbriagon” (come dice Toscani, che magari è favorevole all’Euro): come mai ci sono meno tedeschi che vengono a fare le ferie in Italia? Loro non hanno il debito pubblico italiano sulle spalle, forse perché il loro salario reale è effettivamente diminuito, e, anche se stanno meglio di noi, non possono più permettersi un mese di ferie in Italia. Alla prossima vedremo un altro imbroglio del metodo Goebbels.

Marco Fascina

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