Smartphone e social? Li amano gli over 60

La nostra è una società altamente «permeabile», oltre che «liquida», per usare la nota categoria introdotta da Bauman. Permeabile perché l’uso (e talvolta l’abuso) dei nuovi strumenti di comunicazione travalica i confini delle sfere di vita, li penetra rendendoli più labili.
È sufficiente osservare alcuni modi di agire quotidiani per rendersi conto di quanto sia sempre più difficile separare i momenti e gli ambiti della vita. L’uso del cellulare anche quando si è a tavola con ospiti o in famiglia. Conversare ad alta voce al telefono quando si è in luoghi pubblici, sul treno o in metropolitana. Inviare messaggi o telefonare (magari senza vivavoce), anche se si è alla guida. L’elenco potrebbe continuare e con episodi più o meno sgradevoli che giungono alla maleducazione.

Così, la sfera del lavoro si confonde con quella della vita familiare, perché possiamo essere reperibili da mail e messaggi anche nei weekend o durante le ferie.
L’ambito lavorativo, a sua volta, si può confondere con quello delle relazioni personali grazie ai social network. Tutto ciò indica come gli spazi della nostra vita siano permeati dalla dimensione della comunicazione e dall’utilizzo delle nuove tecnologie. E, per paradosso, mentre questi strumenti rompono i confini tradizionali dei nostri mondi, tendiamo a ricrearli nei micro-comportamenti. Quando telefoniamo o chattiamo in un luogo pubblico ci astraiamo, come se fossimo soli col nostro interlocutore. Caliamo in una sfera privata e non ci rendiamo conto che altri sono vicini a noi e ascoltano forzatamente le nostre confidenze.

Quali siano le ricadute sulla vita quotidiana e sulla società dell’utilizzo delle nuove tecnologie della comunicazione è l’oggetto dell’Indagine LaST (Community Media Research in collaborazione con Intesa Sanpaolo, per «La Stampa»). Ed è interessante confrontare gli esiti con un’analoga ricerca svolta negli Usa, dove quegli strumenti sono adoperati da più tempo. A prima vista non si riscontrano differenze assai significative. In Italia come negli Usa i primi tre aspetti messi in evidenza sottolineano dimensioni negative. Si ritiene che smartphone e social network o Internet distraggano eccessivamente (68%, 69% negli Usa), generino una società pigra (64%, 76% negli Usa) e logorino la comunicazione fra le persone (62%, 68% negli Usa). Dunque, sono usati molto, ma prevalgono sentimenti negativi.

Tuttavia, emergono anche aspetti che tracciano una diversità fra i due mondi e raccontano di condizioni diverse. La percezione che le nuove tecnologie della comunicazione abbiano migliorato la qualità della vita è diffusa solo fra una leggera maggioranza degli italiani (57%), mentre questa è viva fra il 71% degli statunitensi. Che, poi, alimentino la creatività ottiene il consenso tra il 44% degli italiani, ma è al 65% negli Usa. Se la vita sociale è accresciuta solo per il 21% in Italia, negli Usa è al 52%. Insomma, è come se – nel nostro Paese – non si percepisse l’impatto di sistema che le nuove tecnologie hanno sulla società e sul suo funzionamento.
D’altro canto non potrebbe essere diversamente. se consideriamo che in Italia l’idea di smart city è ancora un titolo più che una pratica o che le semplificazioni generate dall’utilizzo delle piattaforme tecnologiche (pensiamo alle pratiche burocratiche) hanno una diffusione limitata.

 

Profili opposti

I temi posti all’attenzione degli interpellati mettevano in evidenza sia aspetti positivi sia negativi sulle ricadute delle tecnologie della comunicazione. Per provare a fornire una misura di sintesi, sommando i diversi segni delle opzioni proposte, abbiamo ottenuto due profili che delineano gli atteggiamenti. I rispondenti si dividono, ma prevalgono i «catastrofisti» (56,2%) rispetto ai «miglioristi» (43,8%). I primi sono coloro che mettono in evidenza quasi esclusivamente le ricadute negative. Si tratta di un orientamento presente soprattutto fra gli studenti, i residenti nel Centro-Sud e i diplomati. In particolare, è inversamente proporzionale all’età: se è diffuso presso le generazioni più giovani, via via che si sale con l’età tende a stemperarsi. Paradossalmente, proprio coloro che sono nati nell’epoca digitale e sono socializzati a questo mondo sono anche i più critici e quelli che ne avvertono le ricadute peggiori.

All’opposto, i «miglioristi» sono quanti intravedono in larga prevalenza conseguenze positive. I pensionati, i residenti del Nord-Est e i laureati sono i profili maggiormente presenti. Ma il grado di apprezzamento è, specularmente ai «catastrofisti», proporzionale al crescere dell’età. Così, sono le fasce più adulte a osservare ricadute positive sulla propria vita.
Le novità introdotte dalle nuove tecnologie della comunicazione, dunque, ritrovano nelle generazioni più adulte un più elevato grado di apprezzamento rispetto ai cosiddetti nativi digitali. La dimensione della scoperta e della novità e il ricordo delle condizioni passate fanno apprezzare di più le possibilità offerte dalle innovazioni. Ma, forse, rendono più vulnerabili. Le generazioni più giovani, proprio perché cresciute con questi mezzi, paiono esprimere una maggiore criticità. Le usano e con gratificazione, ma ne intuiscono la pervasività. E forse ne sono più impermeabili di quanto non si pensi.

Daniele Marini
“Con smartphone e social è amore (ma dopo i 60 anni)”
www.lastampa.it
9 febbario 2015

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