Pegoraro l’eclettico: «fare impresa è istinto»

Si può criticarli, gli imprenditori, specie quando sottovalutano o a volte proprio neanche vedono i costi umani e sociali della ricerca di profitto. Ma presi singolarmente, a volte sono persone semplicemente ammirevoli per quel loro essenziale tratto, un po’ adolescenziale ma indispensabile, del sogno, della visione, dell’andare avanti, ripartire sempre, fermarsi mai. Uno fatto così è Loris Pegoraro, 67 anni portati con l’esuberanza dei 35 (“nel mezzo del cammin di nostra vita…”). Venuto su letteralmente dal niente, zero soldi in tasca a parte lo stipendiuccio da impiegato in una cartiera, ha fondato un gruppo industriale che dopo quarant’anni di fatica spazia dalla chimica alla meccanica all’eolico, fatturato di una trentina di milioni, 80 dipendenti (quasi la metà sono ingegneri e amministrativi) una moglie imprenditrice al suo fianco, due figli, Mirco e Massimo, gettati nella mischia come un padre butta in acqua la prole per arrangiarsi a saper nuotare, un’innovazione non blaterata come si fa nei tremendi convegni cala-palpebre, ma praticata sul serio: «le ripartenze» con nuovi prodotti, le chiama lui.

Entro nella sala riunioni della Geoplast, la plancia di comando che assomiglia vagamente a quella del “Dottor Stranamore” di Stanley Kubrik, ma l’atmosfera non è di guerra: piuttosto di pausa fra un progetto e l’altro. Il padrone di casa, anzi d’azienda, per descrivere la sua fitta carriera lavorativa non concorda con la parola “coraggio” con cui a caldo la riassumeremmo noi: «è passione». E la passione si fonda sull’istinto: «la prima considerazione che fai quando fai impresa è istintiva: un’idea mi piace, la realizzo». Cuore oltre l’ostacolo, insomma. Continua Pegoraro: «Una cosa in cui credi la fai senza tanto calcolare, la fai d’impeto. Se cominci a fare calcoli su tutto, non fai nulla». Elogio dell’incoscienza? Sì: «ci vuole una dose d’incoscienza». E di fortuna: «sono molto fortunato», aggiunge, «ad avere il supporto dei miei figli». Che hanno studiato, ma lo stesso Mirco, presente e quasi alter ego del padre, non nasconde l’insidia dello studio senza esperienza: «lo studio può essere un problema, perché chi studia in genere non porta innovazione». Già: i testi, il passato, possono essere di peso anziché aiutare a costruire il nuovo. «Io sono un cavallo strano», intendendo dire che, come i centauri, per metà eredita l’istruzione sui libri, ma per l’altra metà è figlio di suo padre, cioè spariglia.

Loris racconta i suoi inizi, da puro self made man di sangue veneto: il furgoncino da 200 mila lire nel 1974, la mancanza persino di un telefono, il compenso di 108 mila lire da dipendente, la conoscenza di un rappresentante di carta di Spinea che gli vendeva la merce a 30 lire per rivenderla a 200 alla cartiere, l’accordo con un autista dimezzandosi i primi ricavi, il primo affare (1 milione netto di guadagno) seguito otto giorni dopo dal licenziamento per mettersi immediatamente in proprio, l’acquisto del primo terreno, del primo capannone, dei primi macchinari. La scoperta della plastica fatta grazie all’osservazione di un vecchio che aveva inventato, spontaneamente, un rudimentale densificatore, a mo’ di polenta. «Me ne andavo in giro il sabato mattina a curiosare nelle officine e nelle fabbriche, il sabato mattina è l’ideale perchè si abbassano difese e attenzione», sottolineano in coro Loris e Mirco, versione psicologi del business. E giù con compravendite dal surplus stratosferico (50 lire per ottenerne 750) nel settore della plastica. Nel 1996 Loris nota un “igloo”, sempre di plastica, da cui ricaverà i casséri di ventilazione per pavimenti che produce ancor oggi. Ma fino al 1999 erano lui e la moglie a gestire un po’ tutto, il primo rappresentante, di Brescia, viene assunto proprio in quell’anno, mentre solo l’anno prima aveva fatto il suo ingresso in azienda Mirco col fratello Massimo. I due orgogli che Loris ci spiega diffusamente sono uno la tecnica per costruire una casa, in cemento armato a getto unico, anche in un solo giorno per il “social housing” nei paesi poveri; l’altro, una trattativa ancora in corso, e perciò top secret, con un partner finanziario estero, che frutterebbe l’incremento di 50 dipendenti immediati. «Perché», sbotta, «piccolo non è bello, non è bello! Se prima dovevi confrontarti col tuo vicino o con l’Italia, ora devi farlo col mondo!». L’investimento sarà su un prototipo di pala eolica, già funzionante (ci viene mostrato un video del suo assemblaggio della parti di Salerno, dove un dentista locale ha creduto all’idea), brevetto comprato al Politecnico di Milano nel 2007

Le difficoltà sono comuni a molti imprenditori: «il lato dei finanziamenti: dopo una continua lotta con le banche, ora siamo riusciti ad essere abbastanza autonomi. E i problemi sono con tutte le banche. Son balle quelle per cui le popolari sarebbero migliori». La parola “banche” risuona come una bestemmia. Mirco non le manda a dire: «sono usurai: pompano soldi e tirano via soldi. L’espansione del credito fino al 2008 serviva a speculare sulla resa degli interessi, ma poi la bolla è scoppiata». Quanto poi al sistema di rappresentanza di categoria, non ne parliamo: «siamo iscritti a Confindustria Padova, ma a Padova non c’è una politica industriale. Non c’è in Italia. Mentre la Merkel e Putin fanno accordi di scambio fra settori con altri Paesi, Renzi si parla addosso, invece di fare l’agente commerciale delle nostre imprese». E Confindustria che fa? «Dovrebbe dire a Renzi di fare lo stesso, perché il motore di una nazione è l’industria, l’industria!», calca Loris. L’imprenditore, ottimista per natura, non pare esserlo tanto sulle sorti del nostro Paese. Alla fine, a salvarsi sono gli italiani stessi, ma ognuno per conto proprio: «l’italiano ha qualcosa in più rispetto agli imprenditori stranieri», spiega Mirco, «e chi ce l’ha fatta in questi anni, qui in Veneto, è che ha investito nel valore aggiunto, nella testa più che nelle braccia. Il modello Nordest è finito perché troppo basato sui terzisti». L’importante, come sempre, è «ripartire». Con la giusta irrazionalità.