Che bel quadro: lo mangerei!

Che vi sia una specie di contaminazione fra arte e cucina è cosa nota, così come è noto che vi sia un rapporto ben preciso fra l’uomo e il cibo. Questo rapporto si fonda su basi sociali connesse alle condizioni ambientali, alle abitudini, agli stili di vita ed è in perenne evoluzione. Insomma si può vedere, attraverso l’opera d’arte, la storia dell’uomo sotto il profilo del cibo, dell’alimentazione.

Scriveva D’Annunzio: “Se la fame e la sete sono gli impulsi primitivi nell’uomo e nella bestia, l’associare tali impulsi a valori estetici è un servire la causa della cultura ben più efficacemente che le noiose ed oziose dissertazioni morali e filosofiche.”
Guardiamo quel mangiatore solitario con la scodella di fagioli del Carracci, la frugalità della scena, la rozzezza dei modi e dei comportamenti e intuiremo il modo di vivere di un’intera classe sociale. Ma la ricchezza portava ben altri cibi sulle tavole: il quadro di Campi a Brera dipinge una cucina nella quale vi è ogni ben di Dio di volatili, oche, anatre, galli, capponi, e poi pavoni spennati, beccacce, fagiani, lepri. Della stessa natura e abbondanza il quadro che ritrae la pescivendola: dallo storione all’aragosta, dalla carpa alla trota, alla rossa triglia, tutto indica una tale ricchezza di cose da far intuire la sontuosità della tavola.

In origine il termine “natura morta”, coniato verso la metà del XVIII secolo, aveva un lieve senso dispregiativo, perché si contrapponeva con i suoi oggetti inanimati, all’atmosfera della “natura vivente”.
Innumerevoli mosaici romani ci hanno illustrato le ghiottonerie alle quali non sapevano resistere i nostri progenitori: interi pavimenti di pesci a Pompei o il mosaico nella villa del Fauno ci mostrano il livello di ricercatezza al quale erano arrivati in gastronomia.

Ma fu la pittura fiamminga, con la naturale propensione a un luminoso cromatismo e a un minuzioso realismo, a tramandarci con chiarezza i cibi che arrivavano su quelle tavole. Vediamo allora le carni arrostite del “Banchetto” di Hals; la quantità incredibile di frattaglie, testa di vitello, piedini di maiale, nella “Piccola macelleria” di Peter Aertsen; la sontuosità nel bue squartato di Rembrandt, tanto quanto vi è abbondanza nella “Cucina ricca” di Brueghel il Vecchio.
Della tavola come spettacolo si hanno testimonianze fino alla fine del ‘700: il Bella dipinse pranzi a Venezia (memorabile quello dei Duchi del Nord del 1782) ma, prima di lui, il Veronese dipinse le “Nozze di Cana” e il Cravaggio ci mostra la sacralità del cibo nella “Cena di Emmaus”.

Veniamo all’800, ricordate il prosciutto di Manet, già in parte affettato, con la cotenna marrone di affumicatura? O il “Pasto” di Gauguin dove un’enorme ciotola campeggia sulla tavola? O “Le petit déjeuner” di Monet con biscotti, uova, acetiera e oliera sulla tavola? Manca però il fascino dello scoprire; di quella fetta di prosciutto si sente quasi il profumo. Vediamo ancora con curiosità la “Vucciria” di Gottuso nell’accurata descrizione di carni e verdure del mercato di Palermo e poi arriviamo ai quadri di Andy Warhol, che attinse i temi dal repertorio pubblicitario. Ma qui è come mangiarsi un’identità e la ricerca è finita.