Montecchio, una mostra da non perdere

Mentre Vicenza ha ridotto ormai da tempo i propri spazi espositivi per l’arte, cancellando il Salone degli Zavatteri, il LAMeC, la chiesa dei SS. Ambrogio e Bellino, destinando poi Palazzo Chiericati ad uso improprio, dalla provincia giungono buone notizie. Ultima in ordine di tempo, la riapertura della Galleria civica di Montecchio Maggiore, affidata alla gestione di Giuliano Menato; il quale, oltre ad essere uno storico dell’arte di consolidata esperienza, è un  montecchiano dallo spirito critico, che della cultura del proprio paese si è sempre occupato e preoccupato non poco.
Inaugurato lo scorso anno con un’eccellente retrospettiva dedicata a Nereo Quagliato, lo straordinario ambiente, ricavato da una rimessa dell’antica linea ferroviaria Vicenza-Valdagno, offre sino al 22 marzo un omaggio a due artisti montecchiani scomparsi di recente, Carla Boschetti e Marco Vinicio Cenzi: due personalità assai differenti, per scelte di vita ed esiti espressivi.

Carla Boschetti nasce alla fine degli anni Venti del ‘900: si forma all’Accademia di Brera, a Milano, ma partecipa assiduamente anche alla vita artistica di Venezia. Tra i suoi amici si contano i migliori nomi dell’arte del tempo, da Guidi a Sassu, da Santomaso a Baj, e Fontana, Scanavino, che incontra ad Albisola, dove approfondisce la tecnica della scultura in ceramica: frequentazioni importanti, di maestri di cui condivide interessi e orientamenti.
Il suo sguardo è ben aperto sul mondo della cultura in rapida trasformazione. Sicché la provincia le sta stretta; viaggia molto, specie nelle predilette terre brasiliane. E’ donna intraprendente e artista intuitiva, di mano felice; costantemente alla ricerca di soluzioni formali consone al suo sentire, trasfonde nel proprio lavoro i segni di un tempo denso di fermenti, interpretandone in maniera accattivante quesiti e contraddizioni.

Le sculture in mostra ne danno ampia testimonianza: emerge, dalle superfici ora scabre e sofferte, ora levigate e lucenti, un eclettismo ponderato, nel quale strutture al limite dell’astrazione affiancano forme di accentuato naturalismo. Un singolare sentimento della natura anima infatti certe sue creazioni, al di là della spontanea piacevolezza delle teste di cavallo. Natura femmina e femminilmente rielaborata; di grammaticale evidenza in Donna madre procreazione; sottilmente ambigua nei surreali metamorfismi di Uomo uccello; metafora dei mali del mondo in Teatrino ecologico, Metamorfosi.

Altra è la storia personale di Marco Vinicio Cenzi, nato nel 1961 e attivo sin dalla giovinezza nel settore del design. Le opere selezionate per l’occasione rappresentano un punto d’arrivo, dopo una lunga esperienza nella moda e nell’oreficeria, di un autore che della cultura contemporanea ha colto stimoli e problemi, giungendo a risultati molto personali.
Cenzi affronta in totale libertà gli interrogativi che attorno al concetto di creazione artistica interpellano ai nostri giorni, con la capacità inventiva, la  coscienza stessa dell’artista, chiamato ad esprimersi in contesti imprevedibili. Anche nel suo operato si legge intenso  il sentimento della natura: un sentimento pervaso dall’inquietudine, rispetto a una realtà percepita come  aliena, inafferrabile. Traspare dalle sue tele una natura fortemente interiorizzata, visionaria, fragile e mutevole, in periglioso cammino sul filo di un racconto visivo esistenziale e talora straniante, iniziato con gli agitati protozoi di Genesi e concluso con l’enigmatica presenza di Eutanasia. Nascono da quest’humus i grandi quadri abitati da minuscole entità in movimento, dal convulso polimorfismo di Virus, carico di colore, fino a Meduse, Flower, pagine decantate da intemperanze cromatiche e arricchite di apporti materici insieme concreti e simbolici, ad evocare forme che sembrano trafugate da un segreto universo d’acque primordiali ed hanno parvenza lieve e delicatamente allusiva.  Un carattere inequivocabile connota il suo fare: mai Cenzi rinuncia a un’idea di bellezza intimamente sentita e sensibilmente espressa con particolare finezza.

La mostra ha il pregio di creare un originale rapporto dialettico tra due artisti anagraficamente lontani, evidenziandone le peculiarità. Allestite lungo un tracciato di dialogo e confronto stringente, le loro opere costruiscono un percorso suggestivo, coinvolgente in eguale misura l’occhio e il pensiero.