Popolari, “storico” incontro Zonin-Favotto

Ma quale discussione sui 18 o 24 mesi? C’è una parte illuminata del mondo delle banche popolari che si sta dimostrando più realista del re. E non attende gli esiti della trasformazione in legge del decreto Renzi, che prevede la trasformazione in Spa delle prime dieci banche popolari italiane – in cui appunto si stabilirà se saranno concessi due anni per le operazioni sociali o se si dovrà fare tutto in un anno e mezzo – ma ne anticipa gli effetti. Il Veneto, per una volta, è capofila. La parola d’ordine, nei corridoi direzionali di Veneto Banca e della Banca Popolare di Vicenza, è fare presto. Anzi, asap: as soon as possible , come dicono a Francoforte e a Londra.

C’è un filo rosso che unisce le due popolari di Vicenza e Montebelluna in un cammino per ora parallelo, anche se c’è già chi rievoca la fortunata definizione di Aldo Moro sulle convergenze parallele. Veneto e Vicenza convergono infatti verso la trasformazione in Società per azioni già entro l’anno. Anche se non sarà facile. La Vicenza convocherà l’assemblea l’11 aprile, la Veneto la settimana successiva, il 18. Saranno due assemblee ordinarie in cui il management , con ogni probabilità, illustrerà ai soci un progetto di trasformazione sociale che dovrà essere deliberato da una apposita assemblea straordinaria che, entrambi gli istituti di credito, potrebbero riuscire a convocare nel corso del mese di giugno e comunque prima della pausa estiva. Sarà quello il momento determinante e decisivo.

Per arrivarci gli ostacoli non mancano. Anche dal punto di vista legale. Secondo gli esperti di una law firm che segue la vicenda si sta formulando un parere legale che autorizzi i consigli di amministrazione, proprio in forza di questo progetto di trasformazione in Spa, a non aggiornare il valore del sovrapprezzo azioni da presentare in assemblea. Le azioni in sostanza verrebbero «congelate» a 62,5 euro per la Vicenza e a 39,5 euro per la Veneto, in attesa che la trasformazione in Spa ne consenta una più adeguata valorizzazione. Sarebbe questa un’importante, prima risposta a tutti quei soci che – anche a causa del blocco del fondo riacquisto azioni – non stanno trovando, da mesi, taluni da anni – modo di alienare i titoli delle due banche in loro possesso.

Gianni Zonin e Francesco Favotto, presidenti della Vicenza e della Veneto, si sono visti in campo neutro mercoledì scorso. Hanno condiviso il desiderio di andare fino in fondo in questa trasformazione epocale, che dovrebbe vedere le due banche cambiare pelle già entro quest’anno. Non si son detti altro. Ma a questo punto c’è chi spinge in avanti. Il Veneto, una delle aree a maggiore dinamicità imprenditoriale, ha perso negli ultimi vent’anni ogni identità finanziaria. Prima la legge Amato-Ciampi ha tolto di mezzo le vecchie casse di risparmio, che hanno sì dato vita a Intesa Sanpaolo e a Unicredit, ma con il quartier generale lontano dal Nordest. Poi, le scellerate e delinquenziali scelte di taluni, hanno portato al collasso di Antonveneta. Ora, per un caso unico e straordinario, è data la possibilità di una terza scelta. Non ce ne saranno altre e questo sembra essere chiaro a molti. Se il Veneto rivendica un’identità finanziaria nazionale è questo il momento di agire, anche a livello politico, con Luca Zaia in corsa per il rinnovo del mandato di presidente della Regione che già aveva dimostrato sensibilità nei confronti del progetto lo scorso anno.

Oggi i vertici della Vicenza, guidati da Samuele Sorato, saranno a Francoforte a confrontarsi con i tecnici della Bce sugli indirizzi strategici della banca, la governance e le prospettive. Lunedì scorso toccò alla Veneto. Ai sei tecnocrati della Bce la Veneto ha risposto con sei tra manager e amministratori. Ha guidato la delegazione il presidente Favotto. Con lui il vicepresidente Alessandro Vardanega, il consigliere Luigi Rossi Luciani, il vice direttore generale Cristiano Carrus e il direttore commerciale Michele Barbisan. Non c’era il direttore generale Vincenzo Consoli, indagato per ostacolo alla vigilanza della Banca d’Italia nel blitz della Guardia di Finanza del 17 febbraio.

Un segno netto di discontinuità, tra la Veneto Banca di ieri, quella di oggi e, soprattutto, di domani. Le strutture dei due istituti hanno ripreso a parlarsi in vista di un futuro che sarà accomunato, per lo meno, dai tempi della trasformazione sociale. Se ci sarà altro è presto per dirlo, ma chi è abituato a guardare avanti ha già fatto i conti: le eccedenze, punto dolente di una possibile fusione, si conteggiano in un centinaio di sportelli (sui 1.200 totali) e duemila dipendenti sui 14 mila complessivi. Non pochi. Ma le vie di uscita ci sono e il progetto potrebbe divenire strategico per l’area. Intanto, un passo per volta, si inizia a considerare seriamente la trasformazione in Spa che andrà al voto entro cento giorni.

Stefano RighiPopolari
“Il cammino parallelo di Veneto e Vicenza”
Corriere Economia
9 marzo 2015