Veneto, riaprono le filande

In Veneto riaprono le filande. Questi laboratori artigianali così familiari ai nostri nonni stanno riacquistando importanza negli ultimi mesi, sull’onda dell’aumento di richieste di seta di qualità. Al momento il mercato serico è dominato dai cinesi, i cui gelsi, tuttavia, stanno iniziando a scomparire a causa del forte inquinamento dell’area.

La Valbelluna e le province di Treviso e Vicenza – che storicamente erano centri di coltivazione e lavorazione del baco da seta – si stanno quindi pian piano riattrezzando per produrre il prezioso filato, che viene richiesto non solo dalle industrie di abbigliamento, ma pure da aziende orafe, da imprese attive nell’arredamento e addirittura da ditte farmaceutiche, che impiegano la seta per i propri cosmetici.
I bachi vengono selezionati dal Centro Ricerche Agroalimentari di Padova – l’unico in Europa ad aver custodito per anni i bachi autoctoni – e l’obiettivo è quello di arrivare ad una produzione che si attesti sui 2500 chili annui.

Il primo a riaprire una filanda è stato, lo scorso anno, l’orafo di Nove (VI) Giampietro Zonta: “Volevo produrre dei gioielli utilizzando della seta italiana – ha raccontato Zonta al Corriere del Veneto – ma ho scoperto che non ne esisteva più. Così, con la collaborazione di alcuni partner veneti, abbiamo deciso di ricostruire e riorganizzare l’intero ciclo produttivo della seta a chilometri zero”. Ad oggi la cooperativa sociale agricola Campoverde di Castelfranco (TV) lavora i bachi coltivati da due aziende del territorio e permette la realizzazione della prima collezione di gioielli in oro e seta 100% italiana.

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