Venezia, Scurati: «limitare turisti o affonderà»

Il luogo comune vuole che l’Italia non sappia far fruttare adeguatamente, dal punto di vista economico, il suo patrimonio monumentale. Venezia sembrerebbe un’eccezione, soprattutto se la si considera come rappresentazione plastica degli effetti paradossalmente più deleteri della monopolizzazione dell’economia cittadina da parte del turismo: allo sfruttamento intensivo del centro storico, percorso da più di 30 milioni di visitatori all’anno, si accompagna il suo sempre più preoccupante deterioramento, nonché il non meno grave fenomeno dell’abbandono della città da parte dei residenti. Dobbiamo rassegnarci all’idea che sfruttamento turistico ed esigenze di vivibilità e conservazione siano istanze contrapposte? Chi non si arrende all’aut aut cerca di proporre soluzioni pratiche: una delle più discusse in questi ultimi giorni è quella avanzata dal venezianissimo Marco Scurati, consulente e formatore in campo turistico.

La tua proposta è incentrata sull’idea di contingentare il numero di accessi alla piazza San Marco durante l’alta stagione. Ci spieghi meglio come dovrebbe funzionare?
Il mio è un tentativo, forse il primo concreto, di non mettere su fronti contrapposti residenzialità e business turistico: se lo si fa la città resta in stallo, mentre se ci si accontenta dei guadagni fatti senza dover crescere sempre e se i cittadini capiscono che la città deve vivere di turismo altrimenti si blocca e perde ulteriori abitanti, ma ponendo il limite come scelta condivisa, si avrà poi il tempo di riorientare e cambiare rotta un po’ alla volta verso attività più sostenibili. Non può crescere ancora il numero di persone che arrivano in giornata: a mio avviso questo numero non può superare quello dei cittadini residenti. Per arrivare a questo risultato bisogna introdurre uno strumento di prenotazione digitale a monte, che misuri quanti ne entrano e a un certo punto dica full. La soluzione migliore è usare come riferimento la piazza che è al centro dei desideri dei 18 milioni di turisti escursionisti, che non potendo accedervi rinuncerebbero, senza però vedersi negato l’ingresso in città. Sarebbe una pezza, ma servirebbe per frenare la falla e chiudere intanto il buco un po’ alla volta; e allo stesso tempo si potrebbe puntare su altri settori e su una nuova visione di città. Sottolineo che tra Comune e Società Partecipate ci sono oltre 10.000 dipendenti, tra cui anche dirigenti pagati con le nostre tasse, che dovrebbero fare questo: gestire la crescita incontrollata del mercato turistico. Eppure non l’hanno mai fatto.

Hai anche suggerito di creare una linea di vaporetti riservata ai turisti: qualche anno fa, però, le linee riservate ai residenti non hanno funzionato, per non parlare del famigerato Vaporetto dell’arte. Secondo te cosa c’era di sbagliato?
La mia idea è completamente diversa. Bisogna creare una linea per turisti che sia vantaggiosa per loro: gli ospiti comprano prima il biglietto via internet perché obbligatorio oppure molto conveniente (costerebbe meno, non vi sarebbero code, si avrebbe il posto riservato e un comparto per i bagagli). Senza acquistare il biglietto della linea loro riservata, i turisti dovranno usare quello per i residenti, con tutti i disagi del caso. Tutte le riviste di viaggio, i blog e i tour operator, quindi, suggerirebbero di acquistare il biglietto della linea turistica (che, tra l’altro, dovrebbe partire dall’aeroporto: il comparto pubblico non può continuare a rinunciare alla linea più redditizia, che oggi è in mano alla società privata Alilaguna). Il Vaporetto dell’arte era una cosa a parte, non la linea pubblica di trasporto: costava di più, non era comunicato bene, e non si capiva qual era il vantaggio. Nella mia proposta, se il turista sale sulla linea residenti paga tanto, se sale sulla sua linea paga poco e ottiene servizi aggiuntivi. Così funzionerebbe.

I turisti mordi-e-fuggi sono interessati quasi solo alla piazza, e all’idea di non potervi accedere probabilmente rinuncerebbero del tutto a visitare Venezia. Eppure questo secondo te non sarebbe affatto un danno per la città, neanche dal punto di vista economico. Ci spieghi meglio questo punto?
La mia stima è che rinuncerebbe una percentuale vicina al 65%: altri deciderebbero di dormire qui (5%) invece che fuori comune, altri cambierebbero periodo (20%), e altri verrebbero lo stesso andando in altre zone della città (10%). Questo è sempre stato un obiettivo degli amministratori: de-stagionalizzare e de-centrare il turismo. Scegliendo periodi di basso afflusso e zone depresse della città si farebbe guadagnare anche chi è in crisi, mentre nel centro migliorerebbe la situazione perché si toglierebbe la domanda in eccesso che fa salire i prezzi e diminuire la qualità.

La tua proposta renderebbe comunque la piazza sempre accessibile ai pernottanti: immaginiamo che la percentuale più importante dei non pernottanti sia rappresentata dai croceristi. La tua idea è in qualche modo collegata alla battaglia contro le grandi navi?
I croceristi non sono affatto la percentuale più alta di escursionisti: sono solo 2,2 milioni, di cui circa mezzo milione scende in gita giornaliera, quindi il 4-5% dei 18 milioni totali. Quello sulle grandi navi è un discorso complesso, dato che include il porto, le navi merci, petrolifere, passeggeri. È un discorso che tutti i candidati sindaci dicono di non voler toccare per evitare la perdita di posti di lavoro. Bisognerebbe invece secondo me anche qui introdurre il concetto di limite; qualunque sia l’approdo, non deve aumentare il numero di navi né la stazza, anche se cresce il mercato e anche se cresce la dimensione delle navi a livello mondiale, per il semplice fatto che la Laguna non è un luogo idoneo per questo tipo di business.

Qualche giorno fa il filosofo francese Serge Latouche, teorico della “decrescita felice”, ha affermato, durante un convegno presso la Fondazione Benetton a Treviso, che il turismo è già “non democratico” e “d’elite”, e che per salvare Venezia bisogna radicalizzare il concetto applicando una super-tassa ai turisti. Che ne pensi?
Il discorso di Latouche è più filosofico e riguarda i cambiamenti dei modelli di società sul lungo periodo. Peraltro, secondo me non è vero che il turismo è elitario: masse sempre più ampie, da paesi ex poveri, impiegano tutto il reddito che hanno per viaggiare, perché il viaggio è ormai diventato un bene di cittadinanza. Io faccio un discorso più pratico sulla Venezia di oggi: la metafora è che Venezia è come la barca che affonda e che bisogna prima di tutto chiudere la falla con una toppa, vale a dire fermare il turismo di massa che sta sommergendo Venezia. Poi con più tempo a disposizione si potranno cambiare la strategie e uscire dalla monocoltura turistica, diversificare, recuperare residenti con lavori a valore aggiunto e anche riqualificare il turismo verso l’alto. Se continuiamo a non far nulla andremo a picco, perderemo soldi e le altre Venezia finte nel mondo prospereranno sulle nostre spalle.