Motterle, villa Zileri e il “metro cubo zero”

Ci sono architetti e imprenditori che devastano i beni culturali, le città e quel poco che rimane di spazi vuoti (utili eccome, in equilibrio coi pieni), magari sconciando e riconciando edifici di pregio in bordelli commerciali. Ma ci sono anche architetti e imprenditori che ridanno vita a ville quattrocentesche come la Loschi-Zileri-Motterle al Biron di Vicenza, evitando il rischio opposto: di trasformarla in una cosa a metà fra il museo e il sepolcro. Nel nostro caso, il proprietario è architetto e pure imprenditore, e di nome fa Eugenio Motterle. 80 anni quest’anno, molto conosciuto a Vicenza e dintorni per la sua cinquantennale storia di urbanista e immobiliarista, ce la racconta di snodo in snodo per arrivare a darci anche qualche opinione – per noi sospettosi e dubbiosi di professione – inaspettata sull’andazzo attuale.

MEGLIO RISTRUTTURARE
Ma prima, un po’ di memorabilia. La carriera di Eugenio esordisce nei favolosi ’60, ma l’architetto non era un mestiere apprezzato in famiglia, ch’era ricca di medici (come suo padre: dentista), avvocati, professori. «Sito mato?», fu la reazione quando fece outing. Ai tempi, l’architetto era meno importante di un ingegnere. «Agli inizi lavoravo per imprenditori edili, poi mi sono messo in proprio concentrandomi sull’urbanistica», ricorda. Fonda lo studio Polis con due ingegneri, Vianello e Rossi, con cui firma diversi piani regolatori, come quelli di Lonigo, Malo, Nove. «Quello che mi caratterizzava, e che diventerà il nocciolo della mia attività, era ed è tutt’oggi il recupero dell’esistente. La qualità, e non la quantità».

LA VILLA DEI SOGNI
Motterle si specializza, in particolare, negli edifici storici, anche molto antichi, «con l’intento di rivivicarli, per renderli attuali». Esattamente come Villa Zileri, che acquista trent’anni fa riconvertendo, grazie all’impianto non palladiano, le sue varie parti a vari usi: residenziale, direzionale, di servizi. «Abbiamo rispettato integralmente le strutture originarie, le murature, ma grazie all’intelligenza della soprintendenza, le abbiamo fatte vivere, ad esempio aprendo una palestra e un ristorante che servono agli inquilini dei 44 appartamenti o a chi lavora negli studi professionali o negli uffici commerciali». Un colpaccio, l’acquisizione della villa, a cui arrivò con le conoscenze giuste al momento giusto: «Il conte Zileri voleva cederla perchè si era trasferito a Torino dove lavorava per la Fiat. Siamo riusciti a evitare che diventasse, come era stato proposto, un istituto di urbanistica. Siccome l’unione fa la forza e la gioventù fa l’azzardo, ci mettemmo assieme io, l’avvocato Broianigo e il dottor Bosso, un appassionato di golf che per inciso giocava assieme a Umberto Agnelli». Apperò. I tre contattarono il fiduciario, il conte Capra, e si portarono a casa quella che allora era «una campagna con villa inclusa, senza funzione di rappresentanza, ancora con tanto terreno produttivo». Insomma, una tenuta. Non la comprarono tutta, o meglio la proprietà fu suddivisa e una parte fu venduta ai contadini che già vi lavoravano, un’altra ai conciari, e a loro restò meno della metà, 5-600 mila metri quadrati. Con distese verdi e alberate immense, l’ideale per l’unico hobby di Motterle: «camminare».

NIENTE GHETTI PER RICCHI
Non gli andò tutto liscio: l’idea di un campo da golf a Monte Cucco gli fu bocciata dal Comune «perché non diventasse un ghetto per ricchi». A posteriori, non una tragedia: «non mi dispiace: avrebbe avuto costi elevati con margini troppo bassi». Nel frattempo i due soci uscivano via via dalla proprietà, prima Basso poi Broianigo. Ed Eugenio negli anni ’90 rimase l’unico dominus. Macinando progetti in giro per Vicenza e provincia (l’hotel Castelli, l’edificio dall’altra parte di quello che ospita TvA Vicenza), creando un gruppo di numerose società (Studio Motterle, Alser Immobiliare, Villa Zileri, che si autosostiene) dietro le quali ci sono i figli Alberto (coordinatore team architetti e segue i progetti) e Serena (responsabile della comunicazione).

PALAZZI STORICI MON AMOUR
Eugenio ebbe una breve esperienza da consigliere comunale della Democrazia Cristiana a Vicenza negli anni ’60 quand’era sindaco Giorgio Sala. Con la politica, successivamente, a parte i prg nei Comuni, ebbe pochi rapporti. Strano, per un immobiliarista. Il motivo? «Lavorando molto sulle ristrutturazioni, non dovevo andare a chiedere dei volumi agli assessori. E poi non ho mai puntato al successo economico puro e semplice». Adesso non esageriamo: ogni imprenditore mira al profitto, altrimenti farebbe un altro mestiere. «Sarei ipocrita se dicessi che non l’ho fatto per profitto, ma anche per il profitto intellettuale». Di qui i restauri di palazzi antichi in centro a Vicenza, ad esempio il Palazzo Bissari (nel cui cortile interno ha realizzato un parcheggio interrato, come alla Zileri). Beni, in ogni caso, «con cui vai sul sicuro, perché hanno una posizione centrale e un valore che puoi programmare, soprintendenze permettendo, visto che possono dirti di no in corso d’opera sulle destinazioni d’uso», il suo vero interlocutore e la sua vera controparte principale in tutti questi anni.

L’ORRORE DI BORGO BERGA
E Vicenza, com’è, vista dal suo osservatorio? «Affetta da monocentrismo». Tradotto per i profani? «Il riferimento è solo al centro storico, senza un progetto unitario pubblico per creare le città nelle città, cioè quartieri che non siano periferia di qualcos’altro, ma che abbiano una vita autonoma». Un po’ com’era stato pensato Villaggio del Sole. Tutto ciò non è accaduto, suggeriamo noi, anche e soprattutto per gli appetiti dei privati che hanno saputo condizionare la politica. «Certo», annuisce lui. Il figlio Alberto, accanto a lui, sbotta nel ricordare l’ultima grande bruttura: il nuovo tribunale con annesso Borgo Berga. Sul primo, gli occhi salgono al cielo per disperazione. Sul secondo, Eugenio si lascia scappare un significativo «Byrne doveva rifiutare, perché o avrebbe dovuto far miracoli oppure accettare una diminuzione dei volumi». Alberto di rimando: «Ora è come ci fosse un macigno che ha rotto la continuità fra colle e città». Conclusione del padre Eugenio: «Maltauro dovrà accettare di andare in perdita, è un affare sbagliato». Ma possibile che molti loro colleghi perseguano imperterriti il modello di costruire ad libitum ingolfando e saturando il territorio? «Molto spesso l’imprenditore edile merita il titolo di speculatore, perché non pensa ad altro che non sia il suo interesse personale hic et nunc, non ha senso civico». Rimedi? «Direi due», spiega Motterle senior, «uno è il coraggio di distruggere gli insediamenti vuoti, ovviamente incoraggiando con incentivi. Il secondo è dire basta agli ampliamenti». Riassume Alberto: «si chiama urbanistica a metro cubo zero». Gli affreschi del Tiepolo nella villa, assieme al verde in cui è immersa, fanno sentire tutta la distanza con la realtà là fuori. Che pensa ancora, troppo spesso, in termini di ammassi di cubature su cubature. Si stava meglio quando si stava peggio?