“Io sto con la sposa”, un viaggio “clandestino”

Ha successo il docu-film sui profughi finanziato grazie al crowd-funding. La politica? Insensibile

Un abito da sposa. Una fuga. E una speranza. E no, non è solo cinema, è molto di più. Classificato come film documentario, “Io sto con la sposa” è una storia vera alla ricerca di un domani diverso, migliore. Qui però non si parla di una rielaborazione su pellicola di fatti realmente accaduti; il documentario è invece una presa diretta del viaggio intrapreso da cinque profughi siriani e palestinesi che, aiutati da un giornalista italiano e un poeta siriano, hanno attraversato l’Europa da Milano alla Svezia. E l’hanno fatto davvero.

La linea del via solca la terra che dal 2011 è teatro di una guerra civile che ha finora causato centinaia di migliaia di vittime, per non parlare degli sfollati e dei milioni in fuga. Dalla Siria a Lampedusa. Da Lampedusa a Milano, dunque, città da cui partono i pullman gestiti dai contrabbandieri, un posto a sedere che vale tra i mille e i duemila euro. Un investimento a fondo perduto, non ci sono garanzie per l’arrivo in Svezia. Se tutto fila liscio sei salvo, altrimenti vieni rispedito indietro alla frontiera.

Questa volta, però, l’idea nata da Gabriele Del Grande, Antonio Agugliaro e Khaled Soliman Al Nassiry è un’altra. Niente pullman, niente contrabbando. O meglio, il piano è diverso, seppur illegale. Chi fermerebbe mai le auto di una sposa e il suo corteo in viaggio per l’Europa? E così, presto fatta è l’unione di un sogno che prova a diventare realtà, un matrimonio orchestrato ad hoc e una macchina da presa, perché un’impresa politica di tale portata non può essere condivisa solo nei sedili del vano posteriore. E non importa se si infrange la legge, la frustrazione di non averci provato sarebbe stata reato morale ancora più grave.

Forse è necessario un passaggio aggiuntivo. Quattro giorni tra l’Italia, la Francia, il Lussemburgo, per poi attraversare la Germania e prendere un treno in Danimarca alla volta di Stoccolma, circa 3000 chilometri di strada a bordo di automobili con i fiocchi bianchi, adornate a festa, ma tra i cui passeggeri vi sono quelli che con un termine ormai obsoleto vengono ancora definiti clandestini, non è propriamente quello che si può definire un viaggio di famiglia. Chi li ha aiutati in questa impresa, ha coscientemente sfidato una condanna in flagrante per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Da tutto questo è nato “Io sto con la sposa”, in un prima fase solo in forma di trailer, in assenza di risorse economiche tali da consentire una post-produzione e la diffusione del documentario nelle sale cinematografiche. Poi, l’ulteriore prova che la soluzione collettiva è quella migliore. Se il film, entusiasticamente accolto dal grande pubblico, è uscito il 9 ottobre 2014 nelle sale italiane, lo si deve alle 2617 persone che da 38 Paesi del mondo hanno deciso di finanziarne il progetto tramite crowd-funding. Tra queste anche Susanna Bolchini, al tempo ventiquattrenne, che racconta «Nel paesino tranquillo e pacifico tedesco dove mi trovavo a vivere, parole come “politica internazionale” e “problematiche sociali” erano considerati scioglilingua più che temi di cui discutere. Ma dal mio computer, pieno di articoli e interviste in tempo reale, non si poteva certo gioire di ciò che stava accadendo: guerre, stragi, massacri, gruppi terroristici. Mi sentivo impotente. Finché un giorno, tra i tanti link su Facebook, uno catturò particolarmente la mia attenzione. Si intitolava “Io sto con la sposa”. Incuriosita, cliccai e decisi immediatamente di partecipare alla raccolta fondi per la realizzazione del film. E che gioia ricevere le notifiche degli obiettivi raggiunti, passo a passo, grazie a tanta gente che ci credeva. Fino all’arrivo dell’email che annunciava trionfante: “Ce l’abbiamo fatta! Il film si farà e verrà proiettato alla biennale di Venezia!”»

E mentre il calendario delle proiezioni di “Io sto con la sposa” non si arresta, la politica sembra non voler coglierne il senso più profondo. Tutto, ancora, tace.

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