Profughi, a Belluno lavorano già da un anno

L’esortazione di molti sindaci, esponenti politici e prefetti al ministro dell’Interno Angelino Alfano per garantire la possibilità di impiegare i profughi in lavori socialmente utili arriva tardi, almeno in Veneto e in particolare nel bellunese. Da quasi un anno, infatti, nei comuni di Belluno e Ponte nelle Alpi, l’idea è già realtà.

«Siamo partiti a luglio 2014 — racconta al Corriere del Veneto Jacopo Massaro, sindaco di Belluno — ma solo perché abbiamo dovuto aspettare il nullaosta dal Viminale. Eravamo pronti già a maggio, però è stato necessario adempiere prima a una burocrazia infernale, voluta anche per escludere ogni minimo rischio a danno dei migranti. Per esempio non possono tagliare l’erba, perché potrebbero farsi male con la falciatrice».

Per evitare problemi del genere il Comune ha ottenuto dalla prefettura di inserire nei bandi l’obbligo di incaricare una persone alla sorveglianza dei profughi mentre lavorano. I lavori che svolgono sono finalizzati ad uno scopo sociale e i profughi li compiono su base volontaria, esattamente come la circolare del prefetto di Venezia, Domenica Cuttaia, invitava a fare.

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