Migrazione operaia, un film sulla Valbruna

Il vicentino Todescan e la pugliese Resta raccontano uno spaccato di storia italiana

Dopo due anni di lavorazione, è stato presentato al pubblico il documentario “L’acqua calda e l’acqua fredda”, che affronta il tema della migrazione operaia verso il Nord dopo la chiusura delle Acciaierie Ferriere Pugliesi negli anni ’80. Un racconto che unisce due generazioni e due terre apparentemente agli antipodi. Il film, costato meno di 2 mila euro e scritto diretto e auto-finanziato dal giornalista Giulio Todescan e da Marina Resta, documentarista autrice del montaggio e dell’adattamento dei sottotitoli, si apre con un virgolettato: «Un dipendente Valbruna può avere origini meridionali, ma non è più un meridionale. È un uomo che definiamo valbruniano perché le culture si confrontano e ne creano una nuova: non si perdono. È come l’acqua calda e fredda, dove l’acqua tiepida è qualcosa delle due, ma non crea più problemi perché se si conosce non si hanno problemi». Sono le parole del direttore del personale delle Acciaierie Valbruna di Vicenza, dove più della metà dei mille dipendenti provengono dal Sud e in particolare da Giovinazzo, in provincia di Bari.

Come nasce l’idea di raccontare questa storia?
Todescan: «Nel 2011 mi è capitato di leggere un saggio di David Sacchetto, professore di sociologia del lavoro dell’Università, sull’immigrazione meridionale in Veneto negli anni 2000. Tra le varie categorie, dal terziario agli operai, aveva raccontato la storia della Valbruna di Vicenza, spiegando che circa metà dei suoi lavoratori proviene dalla Puglia e in particolare da Giovinazzo. La cosa mi ha colpito, ne ho parlato con Marina, ed essendo io giornalista e lei documentarista abbiamo pensato di farne un documentario».
Resta: «L’intento era mettere in contatto il presente della Valbruna di oggi con il passato delle Acciaierie Ferriere Pugliesi (AFP), nord e sud, senza dividerle per capitoli. Anche nel montaggio ho cercato di fare questo: di unire e creare dei cortocircuiti tra parole e immagini».

Quello degli operai di Giovinazzo verso Vicenza è stato un vero e proprio esodo. Cosa ha comportato per il tessuto sociale la chiusura degli stabilimenti della AFP?
Todescan: «È interessante vedere come a Giovinazzo abbiano vissuto un depauperamento con la chiusura della fabbrica, che pure era tremenda per le condizioni di lavoro, ma aveva portato un livello di “sviluppo”, di coscienza politica e di senso di comunità, che adesso si è molto abbassato. Ce ne siamo accorti quando abbiamo presentato il documentario: la fabbrica è un ricordo fortissimo e la sua chiusura è una ferita ancora aperta».
Resta: «Le interviste del documentario testimoniano il valore dicotomico della fabbrica: è un posto che ha devastato l’ambiente –tutt’oggi devono ancora essere fatte le bonifiche -, infortuni e malattie erano all’ordine del giorno, però dall’altro lato era un lavoro fisso che dava uno stipendio abbastanza alto. Quindi la fabbrica ho portato una mutazione antropologica: prima lì erano soprattutto contadini e pescatori, attività anche più faticose e che non garantiscono risultati costanti. Adesso magari puntano sul turismo, ma quando finiranno le pensioni degli anziani che lavoravano alla AF, probabilmente ci sarà un buco enorme, perché il welfare è basato sugli operai pensionati».

Quale sarebbe l’impatto a Vicenza se, in maniera simile alla AFP, la Valbruna decidesse di chiudere o traslocare?
Todescan: «Intanto le migliaia di industrie meccaniche ed elettroniche dovrebbero comprarsi dei componenti in acciaio da qualche altra parte, più lontano e pagando di più, dal punto di vista ambientale respireremmo un’aria un po’ migliore e da quello lavorativo avremmo un migliaio di buoni stipendi in meno. La storia di Giovinazzo ci insegna come la perdita della fabbrica abbia menomato la sua identità».

Le lotte sindacali portate avanti negli anni ’80 a Giovinazzo, “la Stalingrado barese”, ricordano da vicino le recenti vertenze dei lavoratori in diverse realtà italiane. La storia si ripete e siamo destinati a diventare i nuovi migranti?
Resta: «Forse, ma non più come operai. Conosco tante persone che sono emigrate, magari a Londra, ma non per andare in fabbrica. Il settore secondario sta scomparendo e le persone cercano altri tipi di lavoro, anche se, alla fine vengono sfruttati anche più degli operai».

Il film parla anche di integrazione: i “terroni” che arrivati al Nord imparano a vivere con i “polentoni”, che a loro volta imparano a conoscerli e ad apprezzarli. Il Veneto del “paroni a casa nostra” è quindi più aperto e accogliente di quanto siamo abituati a credere?
Resta: «In realtà soprattutto all’inizio c’era un’effettiva difficoltà a integrarsi, proprio a causa dell’etichetta di terroni. Al sud nessuno chiama polentoni quelli del Nord. Abbiamo visto confermato lo stereotipo dei veneti chiusi, anche se non è razzismo, è più una diffidenza iniziale. Io stessa sono pugliese, di Altamura, e dopo un po’ che vivi lontano dalla tua terra di origine ti senti insieme a tuo agio e a disagio in entrambi i posti. Non sei più né dell’una né dell’altra parte.»
Resta: «Nel film non abbiamo incluso certi episodi di razzismo che si sono verificati, ma diciamo che per gli operai non deve essere stato facile. Tanto che molti sono poi tornati in Puglia. Più che il respingimento o l’integrazione, la cosa interessante che emerge è l’indifferenza: il solo fatto che quasi nessuno sia a conoscenza della realtà, che esiste da trent’anni, ci dice qualcosa».

Questa indifferenza riguarda solo il Veneto o è comune a tutte le latitudini?
Resta: «In Veneto è più vero che altrove. Io ho vissuto a Bologna, Milano, Berlino, e devo dire che qui c’è una mentalità più provinciale».
Todescan: «Se guardiamo a Milano o Torino, che hanno vissuto l’immigrazione dal sud negli anni ’60, oggi c’è una buona integrazione. Potrai trovare il razzista, il leghista, però sono abituati da decenni a questo scambio. Dal documentario emerge che in Veneto non vale lo stesso. Si fa un gran parlare di accoglienza dei profughi, ma verso un fenomeno meno vistoso come l’immigrazione dal Meridione, c’è un’indifferenza diffusa».

Come avete trovato e scelto i protagonisti del film?
Resta: «Quando nel 2011 è nata l’idea del documentario siamo stati a Giovinazzo in estate e abbiamo realizzato delle interviste in piazza. Alcune di queste, quando due anni dopo siamo ritornati per le riprese, alcuni si ricordavano di noi e si fidavano. In tre giorni abbiamo realizzato più nove ore di girato intervistando quattordici persone. Giulio poi aveva ottenuto il contatto di Luciano Alari, il delegato Fiom della Valbruna, che a sua volta ci ha girato altri contatti degli operai vicentini».

Il documentario ricostruisce uno spaccato di storia vicentina e italiana attraverso la voce degli operai della Valbruna e dei loro padri, ex lavoratori dell’AFP. C’è una testimonianza che vi ha colpito più di altre?
Todescan: «Personalmente, le storie di Cosimo De Bari e Mimmo Palmiotto, i due giovinazzesi che sono a Vicenza e che avevano i padri che lavoravano al sud. Quello che mi piace è il rapporto che emerge con Giovinazzo e con i padri, che per me è doppiamente emozionante».

Parteciperete a qualche concorso o rassegna?
Resta: «Dopo le due anteprime a Giovinazzo e Vicenza abbiamo mandato il film a qualche festival estivo, in Veneto e in giro per l’Italia, ma ancora non sappiamo se ci hanno preso. Ci speriamo».