Biennale, Patriarcato: moschea-chiesa? forzatura

La realizzazione finale della Chiesa di Santa Maria della Misericordia, trasformata in moschea dall’installazione dell’artista di Christoph Büchel alla 56/a Biennale di Venezia, «appare come una grande forzatura ed una sostanziale strumentalizzazione di tutti i soggetti coinvolti, compresa in primo luogo la comunità musulmana». Lo sostiene l’arcivescovo don Gianmatteo Caputo, delegato patriarcale per i beni culturali ecclesiastici. Don Caputo sostiene il diritto della comunità musulmana ad avere spazi di preghiera in città e si augura che prenda le distanze da questa «provocazione». Secondo il Patriarcato infatti l’«opera, senza la preghiera, svuota quel luogo del suo significato artistico e vale ben poco o nulla, perché manca di vita».

Don Caputo spiega in una nota che il progetto artistico «aveva ricevuto una prudente risposta negativa. Era, infatti, evidente quanto fossero delicate le implicazioni di una simile installazione», implicazioni che «non avrebbero potuto essere risolte solo nel rapporto fra chi dispone di uno spazio e i realizzatori della proposta artistica».  Il Patriarcato precisa che «mai nessun membro della comunità musulmana è stato coinvolto dall’artista nei contatti con il Patriarcato per tale proposta espositiva ed anche questo aspetto è risultato non positivo e non opportuno». La richiesta di una moschea in città, insomma, «è questione importante e che va affrontata, ma con metodi e modi ben diversi e più fondati. Nel rispetto autentico di tutti». Per don Caputo, infine, «bisogna uscire decisamente dalla provocazione artistica, che ormai non è più solo tale, e cominciare ad affrontare le questioni serie nella loro singolarità e nella chiara distinzione dei piani».

 

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